CAPITOLO 1 – LE ORIGINI DELLA PESCA A MOSCA

Il primo capitolo della storia della pesca a mosca, è stato tradotto. Il testo originale e la traduzione completa sono disponibili qui

Il primo riferimento alla pesca con la mosca lo si ritrova nel De Natura Animalium (Περὶ Ζῴων Ἰδιότητος), probabilmente scritto nel 200 D.C. Claudio Eliano (in greco: Κλαύδιος Αἰλιανός) nasce intorno al 165/170 D.C. a Preneste (oggi Palestrina in provincia di Roma), dove diventò gran sacerdote nel tempio della Fortuna, non vi morì intorno al 230 D.C. nello stesso periodo diventò discepolo del sofista Pausania di Cesarea,che gli insegno Retorica, e da buon studente Eliano apprese eccellentemente il  greco attico. Successivamente studiò storia sotto il patrocinio dell’imperatrice Giulia Domna, a muovendosi nella sua corte gli consentì di incontrare non solo Galeno, ma anche Oppiano.
Nonostante il suo interesse nell’esotico, Eliano non era un viaggiatore e passò la maggior parte della sua vita a Roma, che gli permise un facile accesso alle librerie di cui aveva bisogno. Una voltà si vantò che non era mai stato fuori dall’Italia e mai salito su una barca, e che non conosceva nulla del mare, un affermazione  che ho trovato piuttosto semplice da credere dopo aver letto il suo lavoro. Eliano ha fissato le sue conoscenze in Greco per meglio utilizzarle mentre scriveva, e disegnò da una vasta gamma di lavori di riferimento: la sua principale fonte è stata identificata essere Pànfilo di Alessandria, ma accedette anche alle risorse di altri scrittori inclusi Democrito, Erodoto, Plutarco e Aristofane.
Nel diciasettesimo volume di “Sulla Natura degli Animali” Eliano unisce osservazioni personali con fatti, leggende ed illustrazioni fantastiche di autori precedenti, facendo balzare l’idea come un uomo assetato sopra una caraffa di birra, con il risultato che c’è poco ordine nel lavoro. Il suo libro intenzionalmente manca di struttura e contiene frequenti errori, molti dei quali Eliano avrebbe potuto eliminare con uno sforzo molto piccolo, non ultimo la sua credenza che le pecore possono respirare attraverso le loro orecchie. D’altronde, il libro è puro intrattenimento  ed è per questo che l’autore non vide alcuna ragione per non discutere d’un fiato di Elefanti  e  di Draghi subito dopo. Per questo gliene dovremmo essere grati, perchè durante la sua corsa frenata attraverso tutto “la Natura” Eliano ha dato una svolta scrivendo queste righe immortali:
Ho sentito di un metodo Macedone di catturare il pesce, e consiste in questo: tra Boroea (Veria o Veroia ndt) e Tessalonica (Salonicco ndt) scorre un fiume chiamato Astraeus (probabilmente l’Arapitsas ndt), dove si trovano dei pesci con una livrea puntinata; come i nativi di quel paese lo chiamino è meglio chiederlo ai Macedoni. Questi pesci si alimentano su una mosca tipica di quel paese, che volteggia sopra il fiume. Non  è come le mosche che si trovano altrove, e non sembra nemmeno una vespa nell’aspetto o nella forma, qualcuno la descriverebbe come un’ape o un moscerino, ma presenta qualcosa di entrambi. Fastidiosa come una mosca, grande come un moscerino, colorata come una vespa e ronza come un ape. I nativi generalmente la chiamano Hippouros (coda di cavallo in greco, forse una Stratiomys ndt).
Queste mosche cercano il cibo a pelo d’acqua, ma non sfuggono allo sguardo dei pesci che nuovano sotto di loro. Quando un pesce osserva una mosca sulla superficie, risale lentamente, avendo cura di non smuovere l’acqua al suo disopra, per paura di scacciare la preda, quindi emerge dalle tenebre, apre lentamente la bocca ed ingoia la mosca, come un lupo porta via una pecora da un ovile o un aquila un oca dall’aia; fatto questo torna sotto l’increspatura dell’acqua. Ora, nonostante, i pescatori lo sappiano, non la utilizzano assolutamente come esca per pescare; perchè se una mano umana la tocca, esse perdono il loro colore naturale, le loro ali appassiscono, e diventano cibo poco attrattivo per il pesce. Per questa ragione di esse non se ne fecero nulla, le odiavano per questa brutta caratteristica; ma pianificarono un metodo per pescare, traendone il meglio grazie all’abilità manuali dei pescatori.
Fissano lana rossa (rosso cremisi) attorno ad un amo, e fissa alla lana due piume che crescono sotto il bargiglio del gallo, e che assomiglia al colore della cera. Le loro canne sono lunghe sei piedi, e le lenze della stessa lunghezza. Lanciano la loro trappola, il pesce, attratto ed eccitato dal colore, sale diritto su di essa, pensando che quella vista corrisponda ad un delicato boccone; apre le fauci, ed invece si gusta un amaro pasto, rimanendo catturato all’amo.
Il trafiletto qui sopra riportato è tratto dal libro Fishing from the Earliest Times scritto da William Radcliffe, nel 1921 ed edito dalla J. Murray di Londra, e con varie modifiche è quello più spesso riportato, spesso senza citare la fonte. Nel suo libro, Radcliffe ci dice che ha adattato la sua traduzione da Angling Literature in England di Osmund Lambert edito nel 1881 sempre a Londra ma dalla S. Low, Marston, Searle, & Rivington. Precedente a questo, è disponibile una traduzione latina in Historia Animalium stampata nel 1558, ad opera di Konrad Gesner, che rimase non letta per i successivi tre secoli fino a quando Oliver la riscoprì nel 1834. Se siete interessati ad una delle prime traduzioni Inglesi, potete trovarla nella Bibliotheca Piscatoria di Westwood e Satchell edita nel 1883, ed infine esiste una traduzione moderna eccellente di “On Animals” di Eliano edito dalla Loeb Classical Library nel 1958 con la traduzione a cura di A. F. Scholfield. continua a leggere…

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