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Slizza, piccolo ambasciatore dei torrenti alpini friulani

Ho sempre avuto un rapporto speciale con i torrenti alpini friulani, fin da piccolo, quando era mio padre che li affrontava con i suoi amici e tornava sempre con un bottino di catture ed aneddoti, come le scalate da brividi per scendere e salire forre od orridi, al fine di raggiungere punti inaccessibili ai più. Quando ci andava lui, ero troppo piccino per poterlo seguire, in Val Preone, dove non sono ancora mai riuscito a tornare, oppure sull’Arzino dagli zii a San Francesco o anche sul Chiarsò a Paularo terra di Avi.

Purtroppo, in questa occasione, non ho potuto godere della costruttiva compagnia di alcuni amici e maestri, che a causa di vari impegni non sono riusciti ad accompagnarmi, pescatori appassionati e molto sensibili, estremamente rispettosi nell’approcciarsi al delicato ecosistema dei torrenti alpini, come “il mestri” Maurizio con cui ho pescato nel Resia, “sensei” Davide con cui ho affrontato il Cellina, Tiziano che mi ha portato in un spot magnifico proprio sullo Slizza, Alvio con il quale abbiamo affrontato spesso il Meduna e qualche altro torrente il cui nome tengo rigorosamente segreto, Gibijo che mi ha fatto scoprire il Degano, Roberto che mi ha iniziato all’Orvenco ed alla Venzonassa.

In questo blog spesso mi è capitato e capiterà in futuro, che per preservare pesci ed ecosistema, di celare alcuni spot particolari, come proprio qui sullo Slizza, in altri addirittura il nome stesso del corso d’acqua… ad esempio alcuni torrenti frequentati con Alvio, dove un approccio sbagliato, potrebbe portare ad incrinare un delicato equilibrio tra pesci, ambiente e divertimento.

Questa avventura inizia ai primi di luglio, quando un appassionato di pesca a mosca di Ascoli, che aveva in programma un periodo di vacanza a Tarvisio, cercando informazioni su potenziali spot di pesca in zona, si è imbattuto in questo blog. Mi ha contattato per informazioni varie come sui luoghi dove andare, tecniche da usare, pesci presenti, esche da preferire, burocrazia varia necessaria… Casualmente, una giornata in cui sarei stato in turno di riposo, collimava con quelle in cui i turisti marchigiani sarebbero stati in ferie in Val Canale, ed ho pensato di fare un po’ da Chaperon e facendo gli onori di casa portarli a conoscere le acque e le bellezze della zona.

Vista la vicinanza dello Slizza con l’albergo dove alloggiavano Stefano ed Alessandro, avevo preparato 3 potenziali spot. La zona, in realtà, permetteva di scegliere tra numerosi corsi d’acqua dove poter pescare, come i laghi di Fusine o di Reibl, Slizza, Pontebbana, Dogna, Resia, Fella… ma essendo lo Slizza un delizioso torrente alpino, incastonato in alcuni panorami mozzafiato, ed in alcune zone estremamente facile da raggiungere… non ho avuto dubbi di scelta.

Il primo itinerario che avevo elaborato, coniugava un’attrazione storico-turistico-naturalistica con la pesca: l’orrido dello Slizza con il suo monumento al granatiere austiaco. Purtroppo alcune frane nella primavera scorsa, hanno causato la chiusura del sentiero, obbligandoci, per ragioni di sicurezza a desistere e scegliere altri spot.

Il video è ovviamente tratto da Youtube

Il secondo itinerario preparato è stato quello che forse i più conoscono, famoso e frequentato dalla maggior parte dei Pescatori a mosca, considerato la facilità con cui lo si può raggiungere in auto e con cui si può scendere in acqua. La zona del campo sportivo. Non avendo potuto bagnare la lenza all’Orrido, ci concentriamo a trovare il punto migliore da dove cominciare, e per farlo risaliamo. Sarebbe più corretto dire scendiamo il corso d’acqua, considerato che abbiamo deciso di pescare a risalire, ed arriviamo fino alla briglia, che ci impedisce fisicamente di proseguire oltre.

Lascio Stefano ed Alessandro, che è un novizio, decidere dove iniziare a lanciare ed io scendo lo sbarramento, facendo un po’ di alpinismo leggero con l’aiuto dei vari arbusti presenti, per tentare la fortuna in un punto che sembra molto promettente. Per l’occasione ho deciso che la Tenkara sarebbe stata la tecnica più adatta, ed avendo optato per i soli cosciali, viste le temperature, mi sono ritrovato a potermi muovere molto agilmente anche se non ero in grado di guadare i punti più profondi. Il setting usato era lo stesso che avevo usato sull’Orvenco, ovvero Nissin proSquare 360 7:3 con una Level line 4,5 lunga circa 450cm più il tip 0,14 da circa 120cm e la TFA come kebari. Un paio di lanci di prova per riprendere la mano e saggiare l’acqua… e la prima farietta sui 25 cm si fa ingannare dalla mia imitazione; la lotta è abbastanza vivace, la corrente del torrente è sostenuta e le rocce non mi agevolano, ma alla fine la preda è vinta, un attimo per ammirarla e poi tolto l’amo eccola che torna alla sua tana. La mancanza dell’ardiglione ha permesso una slamatura veloce, stressando al minimo la trota. Alcuni lanci dopo ecco un altro bell’esemplare, con dimensioni simili alla precedente, la TFA si sta rivelando veramente micidiale, diavolo di un Sensei che l’ha inventata, ed anche in questo caso le rocce mi mettono in difficolta, fino a costringermi a scendere la corrente per portare il pesce in una zona più tranquilla dove porterla poi maneggiare con tranquillità per slamarla e farla riossigenare a dovere prima di farla ritornare in libertà. Direi che la zona è stata proficua, e probabilmente avrebbe ancora qualche sorpresa da regalare, ma sono in compagnia e devo occuparmi degli ospiti.

Stefano è già in piena caccia, con una canna da 7’6 coda 4 ed una generosa mosca in Cul de Canard sta sondando le varie zone, con metodo anche se non con i risultati sperati.

Alessandro, al contrario, è alle prime armi, ha iniziato a pescare a mosca lo scorso anno, in queste condizioni ambientali fa fatica, sia per la velocità delle acque sia per gli spazi a disposizione; qui ci voleva il Mestri, che sicuramente avrebbe saputo con pochi accorgimenti correggere i movimenti errati per farlo migliorare nel lancio; infatti è palese anche ai miei occhi che la coda non ha velocità, il movimento del braccio è troppo lento, continuo e rotondo, senza accelerazioni con conseguente impossibilità a stendere il finale, e se non bastasse il piano di lavoro orizzontale è sfalsato. Purtroppo i miei consigli non possono essere efficaci come quelli di Maurizio, ma a qualcosa giovano ed una volta metabolizzati il loop migliore ed appare notevolmente più stretto di prima. Siamo risaliti fino alla cascatella del campo sportivo, senza catture, se non una mia ferrata sbagliata mentre sondavo una zona sotto la vegetazione, ma ero distratto a guardare gli altri pescare ed ho ferrato in ritardo. Visto l’orario, optiamo per il terzo itinerario della giornata, altra zona altro risultato si spera.

Il terzo itinerario invece è più a monte, ma per rispetto all’amico Tiziano che me lo ha fatto conoscere non lo rivelerò. Dal ponte che lo sovrasta si vede una buca in cui almeno una bella trota placidamente ninfeggia, e sarà il soggetto delle attenzioni di Alessandro, che a fine giornata non centrerà l’obbiettivo di “scappottare”, ma riuscirà nell’impresa di togliersi non poca ruggine nel movimento del lancio, che risulterà, a fine giornata, molto più fluido ed armonico, con delle pose più precise e morbide ed ottenendo, come premio, alcune bollate e visite dalle altre occupanti della buca. Forse la Klinkhammer che gli ho prestato non era l’imitazione adatta, magari avrebbe potuto provare qualche altra mosca, una da caccia ad esempio, vista la mancanza di schiuse, oppure una sedge o una caddis, ma l’ottima visibilità e galleggiabilità della mia parachute lo hanno fatto incaponire e perseverare ad usare quell’esca.

Prima di guadare per poi scendere, decidiamo di sondare il tratto davanti a noi, per circa una decina di metri a monte ed a valle rispetto a dove dovremmo attraversare, così da non precluderci nessuna eventuale possibile cattura. Sotto ad un masso, dove la corrente risulta più cheta, infatti una giovane fario salta per catturare la mia imitazione, ma sbaglia i tempi e la misura. Vista la vivacità ci prova anche Stefano, che dopo aver assestato la distanza e compesato il dragaggio, ottiene lo stesso risultato… la trota sbaglia la presa… Attraversiamo il torrente, alla nostra amica ci penseremo quando torniamo indietro.

Alessandro si ferma alla buca sotto il ponte, mentre io e Stefano, scendiamo fino alla briglia, dove una buca d’acqua quasi ferma di un azzurro che pare una pietra preziosa, al pari di un zaffiro e del lapislazzuli, ci incanta e ci illude. Ma tanta limpidezza, svela subito alla potenziale preda la nostra posizione, azzerando le nostre probabilità di cattura. Pasci del paesaggio, lentamente risaliamo, testando le varie lasche, cercando dietro ai sassi dove la corrente rallenta, ed a metà risalita, una farietta sui 15 centimetri, si fa tentare dalla solita tremenda TFA, è la terza cattura di giornata, mentre i miei compagni sono ancora a secco. Poco più avanti c’è una zona promettente, con una correntina più lenta che passa sotto a della vegetazione protesa verso il letto del torrente, ed è ora che Stefano porti a casa il trofeo fotografico. Mentre mi confronto con lui su come affrontare le fronde che complicano l’azione e la piccola isola di ghiaia che separa la corrente, mantengo istintivamente in trattenuta la mia lenza in acqua… qualcosa attacca la mosca, ma i riflessi sono lenti e quando ferro è tardi… ha vinto lei. Anche in questa zona non pare ci sia interesse per l’imitazione presentata dal mio ospite, e risaliamo fino all’area dove vive la trotella che sbaglia le prese. Questa volta, l’epilogo sarà diverso ed Alessandro potrà mostrare fieramente la foto che lo ritrae mentre slama una cattura a lungo agoniata.

Siamo arrivati oramai quasi alla fine della nostra avventura sullo Slizza, ho tempo ancora per qualche lancio e conoscendo una zona che in passato mi ha regalato soddisfazioni, mi sposto per provarci ancora una volta. L’area in questione presenta tre zone dove grossi massi tagliano la corrente, nella prima sono così impaziente che mi faccio vedere e la trota, lesta si rifugia nella sua tana. Secondo masso, lancio a monte, la corrente trascina la mia kebari e quasi alla fine della buca, ecco l’attacco, la ferrata è rapida, ma probabilmente la presa dell’esca è troppo esterna e la lotta dura appena pochi secondi… la trota è andata e con lei anche la possibilità di catturare in quella buca. L’ultimo punto interessante è una zona sotto il costone. Lancio più a monte possibile, facendo scendere la mosca quanto più vicino alle rocce mi è fattibile, l’acqua chiara mi permette di vedere una trota che curiosa studia l’inganno, si avvicina, poi desiste. Provo a cambiare imitazione, tento la carta della parachute a galla, e questa volta sono addirittura due le trote incuriosite che la seguono, ma il risultato non cambia… per oggi lo Slizza ha regalato abbastanza, anzi molto oltre alle mie aspettative.

Si rientra, prima che il buio complichi la risalita del crinale. Le famiglie, pazienti ed accondiscendenti, quasi come una madre amorosa con un figlio che non si stacca dai proprio giuochi, ci attendono alla base. Ci cambiamo e concludiamo la serata seduti a cena, e che cena…

Ho prenotato da Giusi a Malborghetto, un locale tipico, che ripropone un menù ispirato al rancio dei soldati della grande guerra. Erano anni che non mangiavo, nuovamente in una Gamella o Gavetta se preferite… Che nostalgia di quei tempi in cui si era di Naja e si avevano vent’anni.

 

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Orvenco 2018 – Il torrente delle cento briglie

Anche se il sottotitolo avrebbe potuto benissimo essere qualcosa di simile al titolo di un film dei fratelli Coen… “Non è un torrente per vecchi o chi non è in buona forma fisica”, senza nessuna offesa per chi ha qualche primavera in più sulle spalle o qualche etto di troppo, ma è semplice amichevole appassionato avvertimento… se non si è in buona forma fisica, meglio optare per altro itinerario, l’Orvenco, o meglio il sentiero CAI “percorso didattico delle risorgive al torrente orvenco” “Troi des Cascades”, in alcuni passaggi diventa decisamento impegnativo, alcuni strappi verticali potrebbero portare allo scoramento ed un piede messo male potrebbe rovinare la giornata, eh… una volta arrivati in cima, beh bisogna pure tornare indietro, e bisogna ricordare che saremo stanchi, quindi i pericoli ed i rischi aumenteranno.

Dopo innumerevoli rinvii sono riuscito a fare una sessione di pesca con il Sensei Davide Mascherin di Tenkara Friuli, e per l’occasione ho coinvolto anche l’amico LucaDB, grande pescatore con qualsiasi tecnica e con qualsiasi esca che non aveva mai provato a pescare con la Tenkara. Ero sicuro che non avrebbe avuto problemi, conoscendone versatilità e sensibilità nonchè il talento, ma non immaginavo che dopo 15′ di spiegazioni avrebbe catturato con soddisfazioni di tutti i presenti.

Come anticipato sopra, l’Orvenco è un torrente bellissimo, selvaggio e poco frequentato, ma un po’ pericoloso, quindi è consigliabile affrontarlo in compagnia.

Ci si arriva comodamente da Artegna, si parcheggia vicino al vecchio lavatoio e si imbocca il sentiero. Le prime briglie, sono abbastanza facili da affrontare, anche se sono un po’ infrascate e richiedono un po’ di impegno ed un minimo di tecnica di lancio, ma difficilmente deluderanno l’impavido pescatore che ha deciso di affrontarle.

Si può usare anche un altra espressione per definire l’Orvenco… il torrente ninja! in quanto bisogna essere come i guerrieri ombra giapponesi, per evitare di rivelare la nostra presenza alle trote che si celano nelle buche sotto le cascate, l’acqua limpidissima non lascia spazio a errori… anche se sono presenti 3 o 4 pesci, dopo la prima cattura o il primo errore, beh inutili insistere, difficilmente avremo un’altra occasione. Un sorpresa ci avrebbe atteso più in alto, qualcosa che raramente avevamo visto: una mosca di maggio, come se ne vedono solo nei documentari, bellissima ed enorme, solo per queste ne sarebbe valsa la pena, fare la strada e la fatica.

Torrente Orvenco – Giugno 2018

Inizia la sessione il Sensei Davide che si è portato una Daiwa Sagiri 39 MC, che può essere usata in due misure a 340cm e 390cm. Primo lancio ovviamente primo pesce, lancio successivo prima mosca persa, e non sarà l’ultima… le fronde non perdonano.

Sdoganato il primo spot cominciamo a salire, la briglia successiva è sufficientemente comoda, da permettere a Luca di venir iniziato alla tecnica di lancio della tenkara, gli dei del fiume sono propizi e l’amico corona l’insegnamento con una cattura, che siamo riusciti ad immortalare con le foto.

Ora il conto è un pesce a testa per i miei compari, manco io all’appello, si passa alla buca successiva, e nonostante debba riprendere mano con il lancio, con la mia Nissin Super Probe 360 7:3, che è più reattiva della NISSIN HONRYU 380 6:4 che Sensei Davide mi aveva fatto usare la prima volta che siamo usciti a pescare assieme, i risultati non hanno tardato ad arrivare con una bellissima anche se piccola fario selvaggia all’amo, che non ha saputo resistere alla Kebari TFA (mosca da tenkara  – Tenkara Friuli Acchiappatutto) che avevo costruito nei giorni precedenti.

Sembra tutto facile, ma la scalata non è ancora iniziata ed ora se vogliamo continuare a pescare, si deve chiudere le canne ed iniziare a salire seguendo il sentiero.

Torrente Orvenco – Giugno 2018

Torrente Orvenco – Giugno 2018

Ogni tanto ci dobbiamo fermare per tirare il fiato, ma fortunatamente la conformazione della valle dove scorre il torrente, essendo ricchissima di vegetazione, mantiene l’atmosfera fresca, altrimenti con il sole di giugno battente, probabilmente avremmo dovuto alzare bandiera bianca, anche perchè farsi un sentiero CAI con i waders, non è proprio comodissimo. I passaggi vicino agli orridi, sono suggestivi e terrificanti allo stesso tempo, ma se vogliamo riaprire le canne dobbiamo proseguire.

Torrente Orvenco – Giugno 2018

Torrente Orvenco – Giugno 2018

Dopo un periodo che sembra infinito, il corso d’acqua torna a scorrere su un terreno più agevole, ed il suono di una cascata preannuncia nuovi momenti di sport, ma i panorami fin qui donati sono mozzafiato.

Torrente Orvenco – Giugno 2018

Torrente Orvenco – Giugno 2018

Alternandoci al lancio, considerando che gli spazi non sono comodissimi, proseguiamo nella nostra azione, di briglia in briglia, di cattura in cattura, continuando a salire fino a quando… non ci appare di fronte un costone roccioso, che ci suggerisce che per continuare dobbiamo allontanarci parecchio dal sentiero per salire molto di quota, e che siamo quasi all’orario di pranzo, decidiamo che possiamo essere più che soddisfatti della giornata e dell’esperienza fatta, con un paio di catture a testa, senza contare le trote che si sono slamate in fase di recupero o quelle sbagliate in ferrata.

Come si diceva, una volta saliti, bisogna anche scendere, ovviamente la strada del ritorno è più veloce, ma non meno infida, fortunatamente i passaggi più delicati sono sull’asciutto, se avesse piovuto nei giorni precedenti, alcune rocce coperte di muschio avrebbero potuto essere estremamente infide.

Quando giungiamo alla vettura, siamo praticamente in acqua, ci dobbiamo sedere nel lavatoio all’ombra ed al fresco per recuperare un po’ le forze e smaltire l’acido lattico accumulato nelle gambe, cambiare d’abito, che un pescatore previdente porta sempre appresso, prima di porte prendere la via di casa e fermarci a bere una birra in compagnia che avrà il sapore più dolce e fresco che si ricordi.

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Maggio 2018, si apre ufficialmente la stagione del luccio.

Quest’anno per varie ragioni, nel cui merito non voglio addentrarmi, il divieto della pesca al luccio o meglio il così detto “NoKill” al luccio, è stato tolto, ma il legislatore si è scordato di reintrodurre il divieto di insidiare l’esocide nel periodo della frega (gennaio-aprile), come era, invece, in passato.

Questo, però, non cambia la mia mentalità nei confronti dei pesci ed il rispetto che meritano, quindi, per quanto mi riguarda, non si va a pescare “paperi” prima della festa nazionale del lavoro, stesso dicasi per il temolo, che fino alla fine del mese delle rose evito le zone dov’è presente e comunque cerco di pescare a piede asciutto, per preservare in nidi di frega.

Quando un frequentatore del Forum “pescare in friuli venezia giulia” ha buttato l’idea di una pescata al lupo d’acqua dolce dalla barca… non sono riuscito a trattenermi e gli ho scroccato un passaggio, ma ho portato in cambio delle birrette da bere a bordo in caso di successo (durante la sessione) oppure  in caso di clamoroso cappotto successivamente per leccarsi le ferite. Quindi una enorme e doveroso grazie per la pescata va a Cristian89.

Per rispetto nei confronti del Comandante del natante, un piccolo, ma funzionale Tender con motore elettrico, ed al suo amico,  che glielo aveva suggerito, non posso rivelare dove si trova lo Spot, dico solo che sulla licenza ho segnato A2.

La sessione di pesca è iniziata verso le 17.00, quando la marea era quasi al minimo, e siamo andati avanti fino al tramonto, anche se il sottoscritto ha dovuto alzare bandiera bianca una mezzoretta, prima causa di un infiammazione al polso ed ai muscoli dell’avambraccio sinistro, causato dalle numero “strippate” che si sono susseguite in circa tre ore di full immersion, o quasi, di pesca.

A tutti gli effetti, era la prima volta che andavo “seriamente” a lucci a primavera, e nel periodo post frega, quindi per me era tutto nuovo, spot sconosciuto, setting da usare, mosca adatta alla stagione, tipo di recupero, umore del predatore…

Abbiamo risalito la corrente cercando di non rimanere incagliati nelle erbe, che in certi punti creavano una vera prateria, mentre in altri si seguivano dei canali più sgombri. Il letto del corso d’acqua non era regolare, ampie buche dove la corrente era quasi ferma, si susseguivano a zone molto meno profonde facilmente riconoscibili per la vegetazione affiorante e l’improvviso aumento della velocità della corrente. Dopo alcune decine di minuti, abbiamo trovato un punto interessante da cui cominciare, ed abbiamo bagnato le lenze, io a mosca ed il mio compagno a spinning pesante, così abbiamo differenziato le tecniche ed abbiamo potuto confrontarci man mano con le rispettive esperienze dirette.

Prima di iniziare la sessione di pesca pensavo che avremmo avuto problemi e trovato delle difficolta a pescare entrambi ed in contemporanea, stando su quel piccolo “guscio di noce” di circa 3 metri, ed invece con Cristian al timone ed io a prua (meglio di Leonardo Di Caprio in Titanic 😉 ) ci siamo subito trovati a nostro agio; uno batteva una sponda, l’altro l’opposta, se il Tender ruotava invertivamo le aree di lavoro, oppure ci concentravama entrambi su qualche punto che pareva più profiquo, ad esempio qualche albero caduto semi sommerso oppure ostacoli affioranti come bricole o pontili d’ormeggio, facendo particolare attenzione alle cime delle altre barche in acqua.

Il primo sussulto è arrivato sul mio amo, avevo montato un clouser bianco e giallo con un terminale float da 120cm a nodi conico con coda galleggiante e pescavo con lanci a raggiera ampia e recupero misto.

Un luccetto sui 35 cm ha completamente ingoiato l’esca. Fortunatamente avevo appresso il mio super guadino da grandi predatori, perchè la slamatura si è rivelata estremamente complicata, sia perchè il pesce aveva completamente ingoiato l’esca, il nodo di chiusura era al livello dei denti inferiori, sia perchè le dimensioni dello stesso complicavano la procedura… non riuscivo ad opercolarlo ed a maneggiarlo correttamente senza rischiare di danneggiarlo. Togliere l’esca era fuori discussione, anche perchè avevo commesso un tragico fatale errore… mi ero scordato di togliere l’ardiglione, quindi pensare di spingere più in profondità la mosca per poi tentare di ruotarla di  90° a destra o sinistra avrebbe lesionato ancora di più la bestiola… l’unica soluzione percorribile era riuscire a tranciare l’amo, lasciandogli solo la minima parte conficcata ed estrarre quello che ne rimaneva dell’esca, ma anche questa strada non era semplice, bisognava passare attraverso le branchie, cercando di tenere il pesce fuori dall’acqua il meno possibile, sperando che collaborasse dimenandosi il meno possibile… alla fine, dopo alcune decine di secondi che sono sembrati un eternità, le tronchesi lunghe che avevo comprato a fine 2017, pagandole un botto o quasi, hanno dimostrato tutto il loro valore, tranciando di netto e quasi senza sforzo un amo 3/0 riusciendo soprattutto a passare con la testa di taglio tra le branchie senza danneggiare ulteriormente quel piccolo, futuro, grande predatore. Estratto quello che rimaneva del clouser, e donato come omaggio e ricordo al mio collega, abbiamo lasciato che il luccio si riprendesse ed ossigenasse al sicuro nel grande guadino gommato, per poi lasciarlo raggiugere nuovamente la libertà ed il grande fiume, non prima di averlo ringraziato per le emozioni regalate e la paura che ci ha fatto prendere, con quell’esca praticamente nello stomaco.

A questo punto una doverosa pausa di riflessione ed una birra per brindare sia alla cattura che al roccambolesco rilascio era quanto meno doverosa. Per quanto mi riguardava, ero pienamente soddisfatto, avevo conosciuto un nuovo interessantissimo spot, avevo azzeccato il setting e l’esca corretta, avevo ingannato un nobile predatore… ora toccava al mio compare, provare la gioia di “scappottare”, ed il passaggio da HardBait a SoftBait non ha tardato a dare i suoi frutti… non c’è stato un attacco finalizzato, ma un bellissimo inseguimento con un paio di “toccate”, ma l’amo era qualche millimetro a monte ed il tutto si è concluso con un nulla di fatto, ma almeno l’esca era quella giusta, e tenuta alla profondità corretta.

Facendoci trascinare dalla corrente siamo scesi verso valle, compensando l’eventuale corrente eccessiva con il motore elettrico.

Lo spot non ha deluso le aspettative: utilizzando sempre la medesima tecnica altri due piccoli lucci, sui 35/40 cm non hanno resistito all’inganno del clouser e si sono fatti allamare, fortunatamente la mosca, in queste occasioni, era molto più libera e la mancanza dell’ardiglione (rimosso prima di reiniziare la sessione) ha agevolato non poco la slamatura, anzi il secondo esocide, preso quasi nella stessa area del precedente, si è liberato dell’amo praticamente nel guadino, risparmiandomi la fatica di usare le pinze a becco lungo, le quali sono servite per il primo, ma l’operazione è durata veramente pochi secondi, compresa la foto ricordo.

Ora la situazione cominciava, però, a pesarmi, io avevo già tre tacche sulla canna ed il mio compagno che si era fatto la sudata per mettere in acqua la barchetta, compreso motore e batteria, nemmeno una, se escludiamo quel fugace attacco sulla softbait… pareva che questa volta gli dei della pesca non volessero collaborare. Forse l’esca era davvero troppo grossa, Cristian era tornato all’HardBait, ed aveva optato per un’imitazione di iridea da quasi 100gr, forse la presentazione risultava spesso troppo rumorosa, ma il movimento dell’esca in acqua era realistico, forse il predatore non conosceva il pesce reale che l’esca imitava… ed a complicare il tutto ci si mettevano pure i “piumini” che posandosi sulla superficie dell’acqua si attaccavano alle lenze, ma la fortuna o la sfortuna stava per girare.

Cristian lancia in una “morta” in prossimità di un albero caduto semisommerso, e quando è a mezza distanza tra la sponda e la barca, ecco le parole che speravo di udire da tempo, “Eccolo, ce l’ho”. Mi preparo, recupero tutta la coda che avevo ancora in acqua, metto giù la canna e prendo il guadino, guardo il punto dove la lenza incontra l’acqua, scorgo la sagoma al disotto e … non è proprio un luccetto, magari non il big che l’amico sperava di insidiare con un esca così voluminosa, ma è comunque una gran bella preda, al secondo tentativo il pesce è nella rete. Il compare si merita un bel “cinque”, dopo di chè opercolato per bene, con le pinze rimuovo l’ancoretta e faccio rifiatare il nostro amico tenendolo nel guadino; misuratina veloce a spanne (circa 2 e 1/2, corrispondente ad una lunghezza stimata di circa 55/60cm) lo ammiriamo e lo ringraziamo per il divertimento e lo restituiamo al suo ambiente.

Ora posso essere soddisfatto, abbiamo “scappottato” entrambi.

Il fiume non aveva, però, finito di elargire doni, scendiamo di alcune decine di metri, ed ecco che un altro luccio sempre della stessa taglia dei precedenti si fa tentare dal solito micidiale clouser… anche in questo caso la slamatura risulta veloce e facile.

Questa ultima cattura mi regala un sorriso al pensiero che siano presenti tanti Esox Lucius giovani, avranno circa 1 o 2 anni, e mi fa ben sperare per il futuro della specie e del divertimento che possono regalare, a patto che noi pescatori rispettiamo le prede ed il loro ambiente.

Oramai siamo al crepuscolo, l’avambraccio mi fa un male cane, e quindi lascio che Cristian tenti il bis, senza fastidi alle spalle, ma con la luce che cala, anche l’attività diminuisce, alcune scardole o cavedani, bollano o saltano sotto riva, magari su qualche mosca di maggio, mentre per noi è arrivato il momento di tornare a riva, scaricare tutto e caricare il natante sull’auto per poi rincasare.

Quando finiamo c’è solo la lampada sulla fronte di Cristian che ci permette di vedere, diavolo di un uomo attrezzato :), cinghiamo la barca sulle barre portatutto e ci diamo appuntamento ad una futura prossima uscita in compagnia, visto che pesca a mosca e pesca a spinning possono convivere non solo nello stesso ambiente, ma anche sullo stesso piccolo scafo.

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RIP

Fine 2017 ci ha lasciato Piero Lumini

Inizio 2018 se n’è andato anche Roberto Pragliola

In poche settimane il mondo della pesca a mosca ha perso due insuperabili maestri, sublimi pescatori ed innovatori, fini scrittori e grandi uomini.

Grazie per tutto quello che ci avete insegnato e lasciato.

RIP

 

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Un tributo a… “in mezzo scorre il fiume”

In mezzo scorre il fiume (A River Runs Through It) è un film del 1992 diretto da Robert Redford. Il film è tratto dall’omonimo libro autobiografico di Norman Maclean, pubblicato nel 1976. Ambientato nel Montana tra il 1910 e il 1925, ricalca fedelmente il romanzo di Maclean. Intercalata da documenti (veri o finti) fotografici d’epoca in color seppia, è la storia del rapporto tra due fratelli che il padre, severo pastore presbiteriano, educa nel culto di Dio, del bene e della pesca con la mosca. Ma i due fratelli sono diversi: uno è serio, studioso e discretamente noioso, l’altro è un simpatico scapestrato, accanito frequentatore di gonnelle e tavoli da gioco.

Fonte: https://it.wikipedia.org/wiki/In_mezzo_scorre_il_fiume

Quando usci questo capolavoro, premio oscar per la fotografia, mi ero da poco avvicinato alla pesca a mosca, come tecnica di lancio, grazie ad un corso con il Maestro Maurizio e ne rimasi affascianto, per i paesaggi (quelli del Montana negli Stati Uniti), ma soprattutto per le scene di pesca e di lancio.

Quest’anno durante il periodo delle feste, l’ho rivisto e mi è venuta l’idea di ritagliare le singole scene e farne un video tributo… e così ho fatto.

Non sono un filmmaker ed il risultato è il meglio che sono riuscito a fare con le mie capacità e con le risorse che avevo a disposizione: un programma di video editing di base (Movie Maker) ed il video scaricato da youtube (https://www.youtube.com/watch?v=x8UnW2SQEVk) in spagnolo ma senza traccia audio (non avendo trovato la versione italiana)

Il filmato completo dura circa 2h ovvero 123 minuti, il mio tributo circa 22 minuti ovvero 1/5 di tutto il film è di scene di pesca o ambienti del Montana.

le sequenze dei tagli che ho selezionato sono indicativamente

  • 00:22 – 00:55
  • 03:58 – 06:02
  • 08:06 – 09:01
  • 13:30 – 13:43
  • 25:25 – 27:35
  • 36:12 – 39:47
  • 55:38 – 56:11
  • 1:42:57 – 1:52:31
  • 1:56:00 – 1:59.26
  • 2:01:17 – 2:01:21
  • 2:03:05 – 2:03:11

Non sapendo quale colonna sonora usare, mi son ispirato alla musica che s’ode quando si pesca.

Buona visione 😉 sperando che youtube non lo elimini per qualche regola di copyright.

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E luccio sia!

Ieri mattina, l’obbiettivo era solo quello di stare in mezzo alla natura, con un amico e conoscere un posto nuovo, ma a mezzo dì son rientrato a casa con un sorriso a trentadue denti!

Sveglia alle 7.00 per capire come buttava il meteo, visto il periodo di pioggia costante dopo un’estate di siccità. A primo sguardo sempra che sarà una giornata accettabile, ma un lacuna nella mia attrezzatura, mi turba; non trovo le tronchesi, vero che dovrei acquistare quelle nuove, più lunghe e quindi con misura più adatta all’uso di pesca al luccio, ma piuttosto che non averle, vanno bene anche quelle corte. Non me la sento di pescare senza le tronchesi, quindi prendo in prestito le tenaglie di mio suocero.

Aggiornamento rapido con Rothwulf per l’orario di partenza, okay per le 8.00 con destinazione Isola Morosini. Perchè proprio ad Isola? semplice perchè ne ho sempre sentito parlare, ma non ci sono mai stato e considerato che il mio compagno di avventura, conosce la strada ed i vari punti da dove pescare, non vedo l’ora di vedere un posto nuovo, anche con l’obbiettivo di trovare un punto da dove calare e far risalire il kayak, considerto che tutti quelli che mi han parlato di quello spot ne parlano come di un posto piuttosto infrascato, difficile da pescare da riva a spinning, praticamente impossibile a mosca, e l’unica alternativa è da dentro.

Arriviamo a Isola, il posto a pelle mi piace, è come l’ho visto in alcuni video su youtube, ma soprattutto è confermata la sensazione di un posto ostico dove pescare da riva, quindi decido che almeno in questo frangente, farò solo da assistente al guadino 😉 mentre il mio amico pesca, e frutto l’occasione per studiare ben bene la zona. Rothwulf ce la mette tutta, ma il pesce non collabora, intanto la giornata volge al bello, e dopo aver scovato un punto ideale per calare e salpare il kayak, si decide di cambiare spot.

Ci spostiamo in una zona che in passato aveva regalato qualche cattura interessante, soprattutto a spinning, mentre è piuttosto complicata per la mosca, anche se non impossibile. Decido di rompere gli indugi e di montare l’attrezzatura e tentare di insediare qualche esocide, setting della giornata considerato sia il canale che le temperature: shooting head intermedia, terminale da intermedia e Flashtail whistler bianco e rosso. L’acqua è limpida e si vede chiaramente fondo ed erbe, nonchè la presenza di pesce foraggio quali scardolette. Dopo alcuni lanci test, per riprendere mano con la canna e l’attrezzatura “pesante” comincio a cercare di fare dei lanci su target precisi con dei recuperi abbastanza vari. Non vedo inseguimenti per parecchi quarti d’ora, fino a quando un luccetto, forse lungo il doppio dell’esca non prova a testare i miei riflessi e la mia emotività, seguendo la mosca con interesse, ma non riesco a far partire l’attacco e mi ritrovo a dover alzare l’esca dall’acqua che oramai è arrivata sotto i miei piedi.

La curiosità del pesce era momentanea, nonostante i miei sforzi non riesco a stimolarlo ulteriormente, ma nemmeno Rothwulf che nel frattempo mi ha raggiunto, e prova a tentare il piccolo esocide variando esca e recupero, ma a parte qualche sparuto inseguimento, non riesce a generare un vero e proprio attacco.

Decidiamo di cambiare di nuovo, sta volta tentiamo di “vincere facile”! Destinazione un canale che già in passato ci ha regalato catture e divertimento, dove ho salpato il mio primo luccio in assoluto ed anche il primo a mosca. Rispetto al passato in cui si andava in autunno avanzato, ieri le sponde erano cariche di vegetazione, come i canneti che complicano l’accesso e l’azione di pesca ed in acqua le erbe erano ancora molte facendo incagliare non poco le esche durante i recuperi, generando false sensazioni. Primi lanci infruttuosi; lentamente si scende il corso del canale, si esce dalla zona dei canneti, e quindi si semplifica la dinamica dei lanci, ora riesco ad essere più preciso ed anche i recuperi risultano più gestibili. Dopo vari lanci a  favore di braccio dominante, ovvero con la mia spalla destra verso il canale, la sequenza a raggiera mi costringe a dover usare un lancio rovesciato, con la canna che carica la coda sopra la spalla sinistra. Inizio il recupero, mi fermo, anche, per raccogliere meglio la coda nel cestino, così da evitare che si ingrovigli ulteriormente con la vegetazione. Riprendo il recupero, ma la mosca non si muove, ho preso sicuramente dell’erba, poi sento un peso, tendo la canna il peso non si sposta, avvolgo la coda sul mulinello, ed ecco che la sensazione diventa certezza, PESCE IN CANNA!!!

Inizia la lotta, ma non voglio prolungarla troppo, non voglio che il pesce accumuli acido lattico, lo tiro sotto riva, tecnica dell’opercolo, ecco che guardo la mia preda negli occhi, le fauci spalancate mi permettono di vedere nitidamente l’esca, bella piantata in fondo, CAVOLO, questa non ci voleva, poi noto che la punta dell’amo è fuoriuscita e si trova nella guancia, beh mi va di lusso, tronchesi e via… Magari fosse così semplice, prima di tutto è proprio a contatto con la pelle della guancia e poi le tenaglie non tagliano, secondo tentativo e finalmente riesco a tagliare l’amo, pinze a becco lungo e l’esca è fuori, Rothwulf dall’altra sponda mi chiama per la foto di rito, ma oramai la cattura è già nuovamente in acqua, e come provo a risalparlo, si divincola e riacquista la libertà, lo saluto e ringrazio, mentre si allontana verso la sua tana, per il divertimento regalatomi.

Ora tocca al mio compare che a spinning deve stuzzicare qualche altro esocide, cosa che avviene poco dopo, un bell’esemplare viene tentato da un cucchiaio modificato con una gomma in coda, ma l’amo singolo senza ardiglione, non riesce a far presa nel palato del predatore. Rothwulf cambia esca, passa ad un minnow con ancoretta, il predatore è affamato e non disdegna un ulteriore attacco, dall’alto dell’altra sponda è bellissimo godersi lo spettacolo del luccio che esce dalla tana e si avventa sull’esca è soprattutto molto educativo, che mi permette di vedere, dal vero in presa diretta, il comporamento dell’esocide, che dopo aver chiuso le fausi attorno all’esca, rimane improvvisamente fermo immobile, come se stesse cercando di capire che sapore abbia quanto appena catturato. Rothwulf comincia a recuperare, inizia le lotta, che si conclude con la slamatura della preda a meno di 20 cm dalla bocca del guadino, probabilmente non era giornata per una bella foto ricordo. 🙂

Oramai la mattinata è arrivata al suo epigolo naturale, suona mezzogiorno, ed è ora di lasciare in pace in nostri amici pesci che anche oggi ci hanno fatto divertire e tornare alle nostre dimore per il giusto desinare.

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Tenkara – il corso e le prime impressioni

Sabato 22 Luglio 2017

Ore 5:35 la sveglia chiama, ma dai sono di riposo, che cavolo! lasciami dormire, dai su… un pensiero si insinua, ma se c’è la sveglia nel giorno di riposo, un motivo ci deve essere… Cavoli c’è il corso di tenkara!!!

Mi alzo con calma, un misto di eccitazione per il corso e di sconsolazione per aver lasciato il mio dolce giaciglio, dove serena riposa la mia consorte. In silenzio o quasi, mi preparo la colazione, sistemo le mie amate bestiole, quasi un esercito tra cani, gatti, pesci d’acquario, tartarughe e pesci di laghetto.

Dopo colazione mi preparo per la giornata, sarà un’altra giornata rovente, le medie sono oltre i 30°, quindi thermos con qualcosa di dissetante, frutta fresca, un cambio in caso d’emergenza.

Controllo l’attrezzatura e metto i libri che ho sull’argomento, non parto da zero, negli ultimi 2 anni ho studiato, mi sono informato e ho provato la tecnica, ma la mancanza di risultati seri, ovvero conseguiti non per caso, mi ha spinto a cercare un buon istruttore, ed avendo un’associazione proprio su questa tecnica proprio in regione, sarebbe stato stupido non provarci.

ore 6:45 Partenza per il punto d’incontro. Sebbene sia un sabato mattina, il traffico è comunque presente, parte sono pendolari per i luoghi di balneazione ovvero le località di mare, come Lignano Sabbiadoro e Bibione, ma anche per il greto di qualche fiume, come il Tagliamento. Con questo caldo non mancano i vari contadini che sfruttano le prime ore del giorno per effettuare i vari trattamenti alle colture, antiparassitari o simili, e gestire la componente irrigua. I soliti bestioni della strada, autotreni e bilici, non potendo sfruttare l’autostada, per il blocco imposto nel fine settimana, si riversano anche se in misura minore sulle statali, e quella che devo percorrere io ha un terribile punto d’imbuto! CARSARSA DELLA DELIZIA, che oramai è come un incubo, tra limiti, velox fissi e semafori che rilevano le infrazioni, sembra più un girone dantesco che un tratto di strada statale compresa tra due rotonde, ovvero quella di Valvasone/Arzene e quella di Cusano. I miei calcoli di percorrenza vanno a farsi benedire, non mi restano alternative, sfruttando la tecnologia, visto che ho speso all’epoca e la zona è coperta dal segnale 3G sfrutto il sistema di dettatura automatica e mando un messaggio al mio compagno di avventura, con un laconico “15 minuti di ritardo”.

ore 7:30 arrivo al punto di ritrovo, con i classici 15′ di ritardo accademico. Scuse d’obbligo e presentazioni di rito. Lui è Davide Mascherin, fondatore e curatore di Tenkara Friuli (tenkarafriuli.it) nonchè l’organizzatore del 5° European Tenkara Convention tenutosi lo scorso 24 e 25 Giugno 2017 presso il Camping Val Tramontina a Tramonti di Sotto, mica BauBau MicioMicio! Da oggi il Mascherin verrà chiamato dal sottoscritto Sensei Davide. Un  tipo a posto direi, alla mano, uno con cui si esce a pescare volentieri, lontano anni luce da qualche istruttore di pesca a mosca con quel loro alone di superiorità tecnica, TLT TIL o come volete chiamare il lancio “Italian Style”, di cui io comunque sono un estimatore ed un umile limitato esecutore; forse perché il padroneggiare i lanci tecnici con code leggere richiede costanza e dedizione, abnegazione e spirito di sacrificio, quasi fosse un arte marziale, che rende i seguaci di Pragliola, di Magliocco, e degli altri maestri della TLT Accadey, della SIM, della SIL… sostenitori quasi fanatici della tecnica, del bel lancio e del loop stretto. Forse la semplicità della tecnica giapponese, che non è sinomimo di facilità, porta le persone a “spogliarsi” di quella aura e mantiene il maestro a livello dell’allievo, per denotare l’abisso tra i due solo nel momento dell’azione di pesca, che si riduce all’essenziale: il prendere il pesce e non all’eseguire il lancio ed alla posa dell’esca. Ovviamente, come ho potuto scoprire durante la giornata, lanciare non è poi così banale. Forse perché provengo dalla pesca a secca e quindi ho appreso una tecnica di lancio con una sequenza di lancio complicata, ma nonostante la mia cronica difficoltà a memorizzare muscolarmente i movimenti… in un paio d’ore sono riuscito a fare dei lanci che potevano fregiarsi di questo titolo.

Io e Davide ci conoscevamo attraverso i rispettivi blog e alcune discussioni sul Forum (http://pescareinfvg.forumfree.it/). Erano due anni che cercavo di partecipare a qualcuno degli stage che Tenkara Friuli organizza in estate, ma il lavoro me l’aveva sempre impedito, fino a quest’anno quando siamo riusciti ad organizzarci per un corso “privato”. Prima di partire per lo spot del corso, che sarà anche quello di pesca, mostro al Sensei, che per prima cosa mi omaggia del cappellino ufficiale di Tenkara Friuli, i vari libri che ho comprato negli anni:

  • Simple flies di Morgna Lyle,
  • Tenkara di Keller/Ishimura,
  • Tenkara flyfishing di David E. Dirks,
  • Tenkara di Daniel Galhardo;

i primi tre titoli si trovavano nello store di TenkaraBum, l’ultimo sono stato uno dei “Beker” e immagino ora sia disponibile sul sito di TenkaraUsa. Ovviamente i libri aiutano, ma ci sono molti aspetti della tecnica che non si possono scoprire se non attraverso l’esperienza altrui, soprattutto nel lancio, ovvero nello scoprire le posture errate che portano ad un’azione scorretta.

Proveniendo dalla pesca a mosca tradizionale, la mia curiosità per la tenkara, non è data dal fatto di apprendere una nuova tecnica per sostituire la precedente, bensì di trovare una tecnica alternativa per quelle situazioni di pesca in cui la mia adorata mosca secca, non risulta efficace se non addirittura inutile, perché le prede non sono interessate a cibarsi in superficie. Chiarito questo piccolo, ma essenziale particolare, anche Davide può tarare al meglio il corso. In passato avevo cercato di avvicinarmi alla pesca con la ninfa, ma a beneficiarne sono stati solo alcuni amici a cui ho rivenduto la mia attrezzatura ;). Con la Tenkara non voglio ripetere un simile errore, con le code pesanti per la pesca a predatori importanti, sono riuscito a superare le difficoltà iniziali ed otternere anche delle discrete soddisfazioni, ma anche in questo caso c’è stato lo zampino di un amico già esperto nella tecnica (l’unico e grande Tiziano), e quindi ho fortemente voluto seguire un corso.

Nel frattempo, dopo la doverosa tappa per un caffè e l’acquisto di una bottiglietta d’acqua, abbiamo raggiunto il nostro spot di pesca, ovvero località “Tre Pini” a valle della briglia del palasport di Claut. Come suggerito dal Sensei, resistiamo alla tentazione di provare ad insidiare i temoli e le trote che sicuramente si trovano sotto la briglia e ci spostiamo a valle, in una zona ottimale per cominciare la scuola di lancio e mentre prepara l’attrezzatura Davide, mi fa un piccolo sunto dell’origine della tecnica.

La Tenkara, che significa dal Cielo, è una tecnica sviluppata in giappone, ma per scopi professionali, ovvero i pescatori risalivano i vari torrenti montani per catturare dei pesci che poi avrebbero rivenduto, era quindi essenziale, che la tecnica fosse la più efficace possibile, e che richiedesse la minore attrezzatura possibile visto il particolare ambiente in cui andava applicata, considerato che all’epoca esisteva solo i bambù, la seta, i crini di cavallo e pochi altri materiali… il risultato è sorprendente.
Con il passare del tempo la tecnica si è evoluta, nuovi materiali hanno soppiantato i precedenti, il carbonio ha preso il posto del bambù ed il nylon quello dei crini di cavallo… ma se qualcuno si ricorda di un certo ragazzo pescatore che con una canna costruita dal nonno e pescava pesci in torrente come se si trovasse in un laghetto di pesca sportiva odierno… sicuramente la tenkara non risulta  una tecnica poi tanto sconosciuta, e Sampei (ovviamente era lui il grande pescatore) la usava in un cartone animato degli anni 70, ma questo sarà argomento di un futuro post attualmente già in preparazione. In Italia, si è sviluppato qualcosa di molto simile, ed è la Valsesiana, tecnica tradizionale della Val Sesia, ai piedi del monte Rosa, come riportato dal sito (http://www.moscavalsesiana.it/) “Una semplice canna fissa , una lenza in crine di cavallo intrecciato, un trenino di mosche essenziali e molta abilità da parte del pescatore, sono ancora oggi il cuore di questa tecnica elegante ed efficace allo stesso tempo” ed a dimostrazione della somiglianza tra le due tecniche ecco il resoconto del gemellaggio con i maestri giapponesi della tenkara (http://www.moscavalsesiana.it/index.php?titolo=Gemellaggio).

Ora passiamo alla tecnica odierna. Questo è solo il resoconto della giornata, magari prolisso, ma non è una guida alla tenkara, anche se contiene degli spunti e dei riferimenti alla stessa, sono altri quelli che possono e devono tenere delle lezioni e dei corsi, a me interessa solleticare la curiosità dei lettori, fornendo informazioni, corrette e verificabili, ma il mio grado di competenza in materia mi impedisce di poter fare “scuola”.

La prima cosa che Sensei Mascherin ha voluto sottolineare è che la tenkara è la tecnica per pescare pesci piccoli, non che le grosse catture non possano accadere, ma non è quella più adatta per monster fish, ed io aggiungo se trovo una trota 40cm in un torrente montano, ho almeno fatto jackpot, visto che solitamente già quelle che raggiungono i 30cm sono delle rarità in spot selvaggi senza l’intervento modificatorio degli uomini.

Come si diceva, la Tenkara è una tecnica semplice, niente complicazioni con mulinelli, code di diverse geometrie e dimensioni, finali conici… Il tutto si riduce ad una canna compresa normalmente tra i 3,15 mt e 4,50 mt, dove le misure più usate sono quelle comprese tra i 3,60 mt ed i 4,00 mt. Oltre alla lunghezza c’è un altro fattore da considerare è il così detto rapporto, ovvero quanto la canna sia flessibile, normalmente il rapporto va da 5:5 a 8:2, se si divide la canna in 10 parti, il primo valore indica la parte più rigida e la seconda quella più morbida, ovvero più basso è il primo valore più parabolica risulta l’azione della canna. I rapporti più usati sono il 6:4 ed il 7:3, dove il secondo è consigliato soprattutto per i neofiti, infatti il Nissin Starter Kit, propone una canna da 3,60 in 8 pezzi con rapporto 7:3 (http://www.theitalians.net/NISSIN_TENKARA_CAT_2015.pdf) ed è proprio la canna che possiedo ed ho usato in connubio con la treccia. Per questa sessione invece Sensei Davide, pensa sia meglio una canna più lunga e morbida, e così eccomi con una AIR STAGE  con azione 6:4 e lunghezza sui 4 mt se non ricordo male.

La treccia! Già questo sistema di connessione tra canna e finale. La tenkara non usa code, ma due sistemi, ovvero il trecciato (tapered lines) e la Level, se non contiamo sistemi “moderni” come finali galleggianti o altri sistemi poco ortodossi come una coda da mosca modificata.

Il primo sistema è indicato solitamente per i principianti, risultando più semplice da lanciare, ma altresì è il sistema più simile alla tradizione: è una specie di “finale conico” dove una sequenza di fini di nylon o fluorocarbon intrecciati ed annodati a quelli di spessore inferiore fino a raggiungere la lunghezza predefinita, solitamente quella della canna che si usa; ma se si punta alla tradizione il tapered line, si può trovare in crine di stallone bianco. La level invece è un “fluorocarbon” con densità superiore a quello che normalmente si utilizza nella pesca tradizionale, ha solitamente una misura dal 2,5 al 4,5. I vantaggi ad usare una Level è che solitamente questo sistema risulta più leggero permettendo una posa più delicata, anche se ci vuole maggior tempo e pratica per padroneggirla. Altro vantaggio è la possibilità di decidere la misura da utilizzare, adeguandola all’ambiente in cui ci si trova, solitamente la lunghezza della canna a sui si avviunge uno o più “tiri di freccia”, tecnica di misura che permette di calcolare la lunghezza necessaria senza utilizzo di altri strumenti e corrisponde a circa 1 metro.

Il tiro di freccia, per gli arcieri o chi ha dimestichezza con il tiro con l’arco, si intuisce a cosa corrisponda, spiegarlo non è semplice, bisogna immaginare che stiamo tendendo la level come si tende un arco, alla fine la misura è quella tra il braccio sinistro alzato lateralmente all’altezza delle spalle e la mano destra posizionato all’altezza della spalla destra, come dicevo corrisponde a circa 100cm. Nell’immagine si vede la tecnica, ora sostituite l’arco nella mano sinistra con la Level e nella destra immaginate di avere la restante level.

Ora il nostro sistema pescante è quasi pronto ora manca il tip, massimo uno 0,16 (3X) meglio 0,14, nell’evetualità di un monster fish, si spezza il finale e non ne risente la canna.

Come per il resto anche i nodi ricalcano la filosofia, semplici e veloci.

  1. Lilian, ovvero quella parte rossa che connette la canna al sistema pescante, alcuni puristi non lo saltano,  nodo savoia o nodo del chirurgo
  2. Level (la treccia viene venduta con nodi in testa e coda), uno scorsoio che ricorda il perfect loop, e va a collegarsi sul Lilian. Credo sia l’Ishigaki tippet connection.
  3. Level per la connessione con il tip, si usa lo stesso del lilian
  4. Tip, per connettersi alla Level, si usa lo stesso della Level con il lilian
  5. Esca, solitamente il nodo che normalmente si usa, personalmente il Davi’s o il Perfect.

Si noti che si può usare in caso di asole già realizzare la classica connessione Loop to loop o il Girth hitch knot

Questo video, suggerito da Sensei Davide, mostra come realizzare i nodi principali, con spiegazioni in italico idioma.

L’apertura e la chiusura della canna, sono il momento più delicato della sessione di pesca, con un carbonio così sottile e sensibile, i rischi di rottura sono altissimi, quindi aprire e chiudere la propria canna facendo parecchia attenzione, soprattutto a non estrarre le sezioni con il sistema pescante in posizioni che rischiano di annodarsi, creando improvvise tensioni che potrebbero piegare il vettino; richiudendo è fondamentale fare attenzione nel cercare di “riaprire” la conicità per liberare le varie sezioni, soprattutto le prime tre in alto. Al fine di evitare problemi in apertura, è consigliabile aprire completamente la canna senza collegare il sistema pescante.

Un passaggio solitamente sottovalutato è la distensione della Level, infatti se durante la precendente sessione l’abbiamo stipata in un “line holder” o la estraiamo dalla bobina, la stessa presente delle spire da “memoria”, si può usare il sistema di distensione del terminale che si usa per la pesca a mosca tradizionale, ma questo scalda il fluorocarbon, oppure si può usare il trucchetto che suggerisce il Sensei Davide: trovare un ramo a cui legare un capo della level, indietreggiare e quando avremo raggiunto la tensione di distensione, tensioneremo ancora leggermente, per poi rilasciare sempre lentamente, ripetendo il procedimento alcune volte fino a stendere completamente il sistema pescante.

Siamo pronti a pescare, beh manca l’esca, ma al momento sto seguendo un corso, quindi la mosca la montiamo dopo.

Prima passo, la presa! a differenza della pesca a mosca tradizionale, dove la presa con l’indice sopra l’impugnatura non si usa più, beh qui è la prassi.

Passo successivo, è il più complicato, la posizione del gomito, che deve stare possibilmente vicino al fianco così da mantenere il piano di lancio e stancarsi meno in una sessione di pesca. Il polso, vero mio punto debole, l’ho sempre mosso troppo, il classico ore 10 ore 12, si applica anche nella tenkara, come si applica la mancanza di uno stop, ma si opta per solo un ammortizzamento. Fondamentale avere velocità in uscita dall’acqua, sollevando la canna, per poter avere velocità durante il lancio. Come con le code pesanti anche lo stop frontale non deve essere troppo basso, se finiamo a ore 9 la nostra posa, avremo una posa troppo corta senza distensione completa del sistema pescante.

Il piano di lancio è fondamentale, se si esce dal piano il lancio non riesce o riesce corto, a volte durante i vari esercizi, mi è tornato in testa proprio Sampei, l’immagine in cui lancia diritto davanti a lui.

ore 11.00 circa, la tecnica di lancio pare accettabile, quindi passiamo a mettere una mosca in punta al nostro tip, della classica lunghezza di un tiro di freccia. Le mosche da tenkara sono chiamate Kebari, quelle con le hackel rivolte in alto, sono le sakasa, e quella che montiamo è la TFA ovvero al Tenkara Friuli Acchiappatutto, sviluppata proprio da Sensei Davide Mascherin  e non ha assolutamente deluso le aspettative (https://tenkarafriuli.wordpress.com/2013/08/27/la-tfa-tenkara-friuli-acchiappatutto/). Una grande mosca tuttofare.

Qui di seguito alcune immagini del sottoscritto in azione, fortunatamente manca l’audio alle foto 😉

I pesci forse per pietà del sottoscritto si sono fatti pure allamare, portando il resoconto della giornata a 3 catture, 2 slamate e 1 ferrata sbagliata.

Visti i risultati inattesi Sensei Davide ha pensato che ero pronto per alcune tecniche “avanzate”,

  1. far saltellare la mosca si chiama Sutebari
  2. il Sasoi è quella tecnica con movimenti lenti cioè tipo piccole pompatine per animare la mosca nella zona di acqua relativamente statica oppure quando si fa inghiottire la level sotto una cascata e poi la si estre lentamente sempre con movimenti del vettino che hanno un’escursione di circa 15-20 cm.
  3. Quando invece si picchietta con l’indice sul fusto della canna si chiama Ashtapa-zuri.

Ore 13.30 per oggi la sessione di pesca può dirsi conclusa, un po’ perchè oramai i pesci non collaborano, sia perché la stanchezza di quasi 4 ore di lanci comincia a farsi sentire. Ora è il momento della convivialità, saliamo in macchina e scendiamo verso il paese, troviamo una locanda e scatta la birra ed il panino d’ordinanza, il resto son ciaccole.

Quello che ho appreso in questa giornata è forse esattamente quello che cercavo, una nuova tecnica, che come tutte le tecniche ha vantaggi e limiti, che mi ha donato soddisfazioni e mi ha aperto nuove interessanti possibilità, sempre per vivere la pesca in mezzo alla natura, con la possibilità di sfidare anche quei pesci che altrimenti non sarebbero intenzionati a partecipare, magari tenendo la canna chiusa nel gilet, ma sempre pronta ad alzarsi dalla panchina per entrare in campo e segnare il punto della vittoria.

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Il primo luccio a mosca

Come disse o scrisse qualcuno, il primo luccio non si scorda mai, ed è vero, ma non quello a mosca bensì quello a spinning, ma questo è stato estremamente utile in occasione della prima ferrata! l’esperienza precedente mi è servita a capire che il peso che sentivo sull’amo, non era un erbaio, bensì un esocide.

imageIl primo Luccio

imageIl Secondo Luccio

imageIl sottoscritto con il suo trofeo, prima del rilascio,
in posa per una delle rare foto con il pesce in mano, a causa di una slamatura estremamente difficoltosa

Come testimoniano le foto, alla fine, anche il sottoscritto è riuscito ad allamare un luccio, data storica da segnare sul lunario (come lo chiamavano i nonni) perchè non solo sono riuscito a ferrare e guadinare, o piuttosto opercolare, un luccio, ma nella stessa sessione di pesca ho avuto la gioia di concedermi un bis, ed anche il mio mentore e compagno di pesca, Tiziano è riuscito a “scappottare”, e nel suo caso dopo un primo attacco a vuoto, è riuscito ad aver la meglio su un esocide molto attivo e convinto. Le catture hanno dipanato anche due importanti dubbi, ovvero la tenuta del cavetto e del nodo. Nessun cedimento o segno particolare di usura, considerando la taglia media dei due esemplari, ovvero tra i 40 e 60 cm. Il setting impiegato nello specifico è dato da una Coda Intermedia, Terminale da 60cm + Bite guard, Flashtail Whistler – Red & White amo 1/0 effettuando lanci a raggiera stretta con recuperi variati, comunque piuttosto lenti e pause non troppo brevi; la marea era teoricamente all’apice, ma da un controllo successivo nella tavola delle maree, abbiamo iniziato a pescare con la marea al culmine, ma la cattura era con marea a zero in calo, ma in quello specifico spot, credo influenzi relativamente poco, luna tra piena e 3/4, orario verso le 14.00, leggera brezza, cielo sgombro ovvero alta pressione con stabilità meteo per alcuni giorni, temperatura sotto zero nella notte, temperatura acqua non rilevata, causa mancanza di termometro, presenza di leggera corrente in canale, presenza di ghiaccio sulle sponde tra i canneti. Ovviamente lo spot rimane top secret, e questo articolo per vari motivi, viene pubblicato a posteriori, nella stagione di frega, così da scoraggiare, se possibili, eventuali appassionati dal disturbare il periodo nuziale dei lucci.

Lancio parallelo alla riva ed ai canneti ed attacco in recupero, dopo lo stop. Lancio rischioso per presenza di ostacoli, ma ha pagato in entrambi i casi, il primo a favore di corrente, il secondo contro corrente. Il flashtail whistler, fischia in volo, e quindi emette vibrazioni in acqua, è leggermente piombato, quindi con fondali bassi e presenza di erbai, non scende troppo, anche considerando che la coda intermendia ha un affondamento piuttosto lento. Scelto su suggerimento di Tiziano perchè i Clouser “aravano” il fondo e i Diver non avevano dato risultati; quindi serviva un esca che per quanto possibile si stabilisse a mezz’acqua.

Ora aspettiamo pazientemente il mese delle rose, per tentare di trovare ennesima fortuna, con l’adrenalina che questo predatore regala nei combattimenti. Grazie Esox.

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Stagione 2016 – “una lamentela civile”

Ho scritto questo piccolo articolo, subito dopo la chiusura “prolungata” della pesca in zona B a fini turistici, ovvero nei laghi maggiori quali quello dei Tre Comuni o di Barcis; ed il titolo è stato pensato parafrasando un monologo, molto intenso e toccante di Marco Paolini, ovvero, Vajont 9 ottobre ’63 – Orazione civile, ho pensato a questo, dove civilmente lamento un annata povera di popolazione ittica e di etica nei pescatori. Sia ben inteso che dal punto di vista delle catture, è comunque stata una stagione soddisfacente, ma è la popolazione dei fiumi ed il loro stato di salute, il problema. Sarà per un inverno particolarmente asciutto ed avaro di pioggie, che ha portato ad un drastico e pericoloso abbassamento generalizzato dei livelli, non solo dei maggiori corsi d’acqua, ma soprattutto dei canali e delle rogge, sarà per qualche inquinante che forse è stato sversato, forse da qualche contadino sbadato o qualche pesticida usato un po’ troppo o troppo in prossimità di canali o falde, sarà forse per qualche strana malattia, virus, batterio o alga che  sono comparsi nelle nostre acque e che colpiscono la fauna locale… fatto stà che trote a parte, che regolarmente vengono immesse dall’ETP, mentre cavedani, alborelle, vaironi… sembrano decimati e questo torna a discapito anche delle trote stesse, a cui viene a mancare una fonte di nutrimento soprattutto per quelle più grosse. Non conosco il vero motivo, ma è preoccupante per l’equilibrio dell’intero ecosistema. Qualcuno “accusa” l’arrivo dei migranti e le solite popolazioni dell’Est Europa (noti per amare la carne dei ciprinidi, a differenza dei friulani); ma anche questa ipotesi mi sembra troppo semplicistica e comoda da usare. Di sicuro il bracconaggio è stato presente, con il rinvenimento in regimi NK di scatole di camole ed intere montature con il vivo, infischiandosene del rispetto per i pesci e gli altri pescatori. Quest’anno è stato un anno di grandi riunioni, titoli e articoli su carta stampata e sui social network, di chiacchiere da bar, di proclami e disdette, di promesse e minacce, tutte incentrate su un tema caldo, fin troppo facile da colpire, ovvero l’eventuale soppressione/riconversione dell’Ente Tutela Pesca, che con sorprendete celerità ha visto alcuni denigratori degli anni addietro, ravvedersi all’improvviso ergendosi a paladini della sua conservazione… il 2017 forse porterà cambiamenti, ma dire se nel bene o nel male, per il mondo della pesca, dei pesci, dell’ambiente e dei pescatori, è prematuro.

In parte il 2015, mi aveva dato segnali inquetanti, che il 2016 hanno confermato ed imposto un cambiamento nella mia politica di “condivisione” delle mie esperienze di pesca. Fino a due anni or sono, tenevo aggiornato, entro la settimana successiva, le mie uscite a pam, dando indicazioni sul momento della giornata, sul tipo di esca e sulle condizioni del fiume… ora dopo che alcune roggette, piuttosto nascoste sono state letteralmente svuotate, compreso e sopprattutto il sottomisura, beh ritengo che sia necessario adottare un cambio di strategia… il diario è qualcosa che mi serve a fini statistici, ma lo pubblicherò solo a fine stagione, e certi riferimenti sul luogo saranno un po’ più criptici. Le foto, invece, continuerò a pubblicarle come ho fatto fin ora, ma eviterò anche qui di essere troppo preciso, soprattutto in quei contesti, dove il regime di pesca non prevede regimi particolari, come il No Kill o RPS.

Annata tutta da dimenticare allora? nemmeno per sogno! Archiviata, credo definitivamente la pesca a ninfa, almeno quella con canna e mulinello, mi sono avvicinato alla Tenkara, che mi ha affascinato da subito; i risultati sono stati scarsi, ma è una tecnica nuova ed al momento sono autodidatta. Ho potuto notare dei miglioramenti interessanti, invece, nel lancio delle code pesanti per insidiare lucci e bass. Mentre il persico trota, anche di buone dimensioni, è stata una preda che ho potuto “toccare” con mano, il lupo d’acqua ancora sfugge, ma la perseveranza, la costanza e la dedizione sono sicuro che porteranno a risultati prima o poi.

Sul fronte della pesca a secca, che sempre più, sento come mia, da segnalare la realizzazione di alcune ricette di imitazioni, che finalmente hanno dato i risultati sperati, non solo dal punto di vista delle catture, ma soprattutto dalla resa in galleggiabilità e resistenza, affrancandomi non poco come piccolo fly tyier.

Cari amici, mi hanno portati in luoghi splendidi, piccoli scrigni di pesca, riservati a pochi, un privilegio che sento il bisogno di onorare e rispettare tenendo questi spot segreti. Il 2016 mi ha fatto entrare in contatto ed a volte conoscere, grazie anche alla “pubblicità” di questo sito, persone e personaggi dall’Italia e dall’estero. Per mancanza di tempo non ho potuto “incrociare” le lenze con un amico Austriaco, molto simpatico e disponibile, ma gli impegni di lavoro, non hanno impedito di portare a pesca, qualcuno che negli States, è conosciuto, qualcuno che ha scritto di pesca e di viaggi di pesca e che “viene” citato anche in Italia da altri “grandi”: il buon Claudio Tagini. Qui non mi metterò a pubblicare la sua biografia, per i curiosi, google ed internet sono fin troppo prolissi. Per quanto mi riguarda, l’incontro con Claudio, è stato un evento costruttivo, il confronto con una scuola di pesca e mentalità diverse da chi è cresciuto in questa regione, sia per “le complicazioni” tipiche della burocrazia italiana, ma anche per come viene concepita e gestita l’attività alieutica in Nord America, e come si “lancia” in quella parte del mondo. Ma anche le imitazioni nel Carnet, sono state una sorpresa, la “Roncallo Special” è stata qualcosa di micidiale anche nei confronti di trote apatiche, che risentivano delle pioggie dei giorni precedenti. Decisamente un momento di crescita e di confronto estremamente costruttivo, con una persona, non un personaggio, con cultura e molto alla mano. Altro momento indimenticabile, anche se mentalmente faticoso, è stato il momento in cui Claudio ha affidato a me ed al mitico Alvio (Jackal) una coppia di americani in luna di miele, che volevano provare a pescare a mosca in Friuli. Fare da Chaperon, come ci ha definiti il Tagini, di per sè non era un problema, capita spesso di accompagnare amici, anche neofiti, a pesca in luoghi nuovi, cercando di creare le condizioni ideali perchè riescano ad allamare il pesce, ma farlo con una coppia di sposini, che parla Americano ed ha dei tempi a dir poco risicati, non è proprio una passeggiata, gli intoppi e le cose che possono andare storte, rovinando l’esperienza, sono molteplici, dal meteo all’umore dei pesci… ma l’asso nel taschino è stata la Frasca, con cucina tipica casalinga ed il buon vino locale!

 

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Il guardiano del Torsa

Anche quest’anno è finalmente arrivato il magico momento di togliersi la ruggine di dosso, bagnando le mosche in acque amiche e vicine, e magari allamare qualche preda, che nel mio caso non è poi così scontato, vuoi perchè scentemente evito i tratti Nokill e le zone pronto pesca, sia perchè continuo a intestardirmi a pescare a secca, che se il pesce non collabora, magari bollando, non è la tecnica più redditizia. Dall’anno scorso è iniziato il percorso di evoluzione come pescatore a mosca a 360°, il chè farà inorridire i puristi della pesca a mosca intesa come pesca a secca, ma che io considero una limitazione, sia per il periodo che questa risulta efficace, sia per le prede insidiabili. Lo scorso anno ho iniziato ad approcciarmi ai grossi predatori, come il Luccio ed i Persici, con canne e code pescanti, senza risultati evidenti, ma comunque con piccole soddisfazioni personali, magari nel fatto di riuscire a posizionare l’esca nel punto corretto e non a caso, al momento una mini-guida è allo studio. Quest’anno d’altra parte ho cercato di evolvermi ancora, dopo i fallimenti degli anni scorsi con la pesca a ninfa, ho voluto riprovare ma passando al minimalismo, per ampliare le mie tecniche e la mia visione di pesca, ho voluto provare la Tenkara, che per la sua semplicità mi affascina, e perchè era la tecnica usata da Sampei!!!! Il mito ispiratore della mia infanzia. Per ora ha dato frutti solo a secca, ma questa sarà un racconto che farò un domani, quando non sarà solo per caso o per fortuna, e quando riuscirò a sfruttarla anche con catture al di sotto del pelo dell’acqua. Una cosa, però, mi è da subito chiara: la mia visione della storia della pesca a mosca, che ho trattato qui https://pescareamoscainfriuli.com/biblio-e-video-teca-materiale-online/pam-storia/ ed è tutt’ora, come mi capita spesso solo un progetto iniziato, con il mio entusiasmo tipico, è lungi dall’essere completo, grazie alla mia tipica incostanza :). Comunque tale storia, necessariamente ha bisogno di una rettifica: è parte della storia della pesca a mosca in OCCIDENTE, visto che quella d’ORIENTE, dove la Tenkara è nata e si è sviluppata, sarà oggetto di altro percorso di studio, per fare un paragone un po’ avventato ed approssimativo, è come parlare di Piramidi, si pensa a quelle Egizie, ma esistono anche quelle Maja, se non altre in giro per il mondo.

Quest’anno ho riprovato alcuni tratti di fiume che conosco, ed ho dovuto constatare, purtroppo, che la presenza di vita, soprattutto ittica, è cambiata dastrivamente, forse per la prolungata mancanza di pioggie quest’inverno, o forse per altri fattori, ma erbe e pesce ne han risentito, e non mi riferisco alle trote, ma soprattuto agli amici cavedani, senza tra l’altro scordare la presenza di pesce foraggio, piuttosto che le lumache d’acqua dolce.

Anche il Torsa è cambiato, ma questa volta è per mano dell’uomo.

Chi possiede i terreni sulle sue sponde ha posizionato delle reti per impedire il transito ai pescatori, ma anche per limitare gli spostamenti dei propri animali da cortile. Questo sistema, però, non limita gli spostamenti del nuovo guardiano, che vigila sul Torsa: uno stupendo esemplare di Pastore Maremmano. Sicuramente quando lo si vede all’orizzonte ergersi maestoso, mette inquietudine, ma quando ci si rende conto che non ci sono recinti a separlo dalla riva, beh la soggezione aumenta, soprattutto quando a passo veloce ci si avvicina.

E’ una razza canica che amo e mi ricorda sia Belle di “Belle e Sebastienne” sia quello stupendo esemplare posseduta da Claudio caro amico d’infanzia, ed alla memoria riaffiorano dolci ricordi di un periodo spensierato. Ma questo esemplare; a parte che non è la Belle del mio amico, è un maschio ed io sono nel suo territorio. Partendo dal presupposto che nessun animale è cattivo, decido di ignoralo e di continuare a pescare come prima. Se è vero che le api che ronzano attorno alle mani dei pescatori che cuciono le reti lungo le banchine dei porti, non pungono gli uomini intenti nella loro opera, perchè il movimento è ripetitivo e non presenta bruschi spostamenti, allora potrebbe essere applicabile al fatto che se continuo a pescare senza movimenti che possano venir interpretati come minaccie, beh dovrei poter evitare parecchi grattacapi. Strategia vincente!!! Il colosso, è un esemplare giovane, e dopo avermi annusato, decide che non sono un intruso fastidioso, che gli piaccio e che vuole giocare! Risultato, si mette via la canna e si accarezza il nuovo arrivato, soprattutto perchè vista l’insistenza in cui mi sta appresso, non sarei comunque riuscito a continuare a lanciare, senza tra l’altro rischiare di allamarlo per sbaglio. Provo comunque a stare in mezzo al fiume, ma l’amico sa nuotare anche se ha un po’ di paura per la leggera corrente.

Dopo una decina di minuti decido che è il caso di rientrare, ma arrivo ad una conclusione, dove non arriva l’uomo ci arriva il cane! Se l’obbiettivo dei titolari dei terreni era tenere lontano i pescatori e visitatori indesiderati (nutrie a parte che continuano imperterrite a fare la loro vita) dai loro possedimenti, se le reti ed i divieti non hanno sortito effetto, perchè vengono ignorati, sicuramente la presenza di questo Maremmano, può sortire effetto!

Chi aspetterebbe di vedere come si comporta il nuovo guardiano?  Sapendo di essere sul suo terreno, a parte me ovviamente? Ed anche se ci si fa amicizia, chi continuerebbe a stare in zona, con un essere peloso di una sessantina di chili che continua a cercare in tutti i modi di attirare l’attenzione per ottenere le coccole?

Al momento tra reti, divieti di passaggio ed il guardiano, il Torsa almeno in quel tratto che io frequentavo, è diventato un fiume da toccata e fuga, con un area pescabile di forse un centinaio di metri, almeno a valle. A monte se i titolari delle case e della peschiera fan sentire la loro voce al passaggio di chiunque, rendono anche quella zona non accessibile liberamente, rendendolo di fatto NoKill “naturale” un tratto di fiume, altrimenti molto frequentato. Ma a volersi impegnare l’alternativa c’è, come risalire la corrente lungo il greto guadandolo, visto che il letto del fiume non può venir limitato, ma ne vale la pena?

Per ora mi accontento di pescare nella prima parte, dove ho fatto le prime catture della stagione, con 2 bei cavedani e 2 belle scardolotte che non han resistito alle mie mosche, ma soprattutto una guadinata è da ricordare: il primo cavedano a Tenkara. Non solo è la canna a gestire il tutto; è una sensazione strana diversa da quella conosciuta finora, nel ferrare e portare a guadino il pesce, quando non si ha a disposizione un mulinello o anche una coda che ammortizza. Ora capisco l’entusiasmo di Sampei! quando prendeva un pescetto, anche un esemplare di 25 cm fa sudare le provvidenziali 7 camicie, e sembra che pesi e si agiti come un esemplare da 40! 🙂

 

 

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