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Pescare a Mosca in Friuli e nella Venezia Giulia

abbreviato PAM in FVG

Questo sito nasce, principalmente perchè non ho recuperato in rete qualcosa di simile a come immagino io un sito sulla pesca a mosca in regione, e quindi ho deciso di crearlo, pensado di non essere l’unico ad avere tale esigenza e così facendo mi son messo in gioco anche con il desiderio di confrontarmi con altri pescasportivi e far conoscere le acque della mia terra natia, che tanti bistrattano accusandoci [noi Friulani di averle rovinate ed impoverite], ma a cui sono particolaremente affezionato anche se molto meno popolose di fauna rispetto a quando ero un pischello, ma che continuano a farmi battere il cuore con angoli emozionanti… basta aprire gli occhi e guardare le rive fermandosi ad ascoltare la voce della natura. Una passione che a volte sconfina in una malattia… La pesca a mosca ti entra dentro e non ti lascia più. Ma come mai? Perché è completamente diversa da ogni altra pesca tradizionale!
Nella pesca con le esche naturali si sfruttano 4 sensi del pesce:

olfatto

(l’odore dell’esca stessa)

 gusto

(il pesce assaggia l’esca)

vibrazione

(l’esca viva si muove e vibra)

vista

(vedendo la presentazione dell’esca)

Nella pesca con gli artificiali i sensi del pesce, solleticati dall’esca si riducono a 2 la vista e la vibrazione

La pesca a Mosca invece può sfruttare solo la vista, e molto raramente la vibrazione (con l’imitazione che viene fatta patinare sulla superficie).

Discorso a parte è l’udito del pesce, tutte le pesche tradizionali sfruttano un peso per il lancio e quindi l’ingresso in acqua è più o meno rumoroso, al contrario la mosca pesando pochi grammi e sfruttando la coda di topo per presentarsi al pesce, se il lancio viene realizzato correttamente, risulta assolutamente silenziosa; eccezion fatta se l’obbiettivo è il cavedano, dove a volte si schiocca di proposito l’imitazione sul pelo d’acqua per attirare l’attenzione e quindi si sfrutta il sonoro.

Quindi per riuscire nella pesca a mosca, oltre alla tecnica che solo la pratica e la costanza permetteranno di padroneggiare più o meno bene, fattore determinante è imparare a leggere il fiume e l’ambiente in cui questo scorre, ed immedesimandosi in questo mondo ci se ne innamora anche perché il silenzio del lancio permette di ascoltare tutti gli altri suoni.

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E luccio sia!

Ieri mattina, l’obbiettivo era solo quello di stare in mezzo alla natura, con un amico e conoscere un posto nuovo, ma a mezzo dì son rientrato a casa con un sorriso a trentadue denti!

Sveglia alle 7.00 per capire come buttava il meteo, visto il periodo di pioggia costante dopo un’estate di siccità. A primo sguardo sempra che sarà una giornata accettabile, ma un lacuna nella mia attrezzatura, mi turba; non trovo le tronchesi, vero che dovrei acquistare quelle nuove, più lunghe e quindi con misura più adatta all’uso di pesca al luccio, ma piuttosto che non averle, vanno bene anche quelle corte. Non me la sento di pescare senza le tronchesi, quindi prendo in prestito le tenaglie di mio suocero.

Aggiornamento rapido con Rothwulf per l’orario di partenza, okay per le 8.00 con destinazione Isola Morosini. Perchè proprio ad Isola? semplice perchè ne ho sempre sentito parlare, ma non ci sono mai stato e considerato che il mio compagno di avventura, conosce la strada ed i vari punti da dove pescare, non vedo l’ora di vedere un posto nuovo, anche con l’obbiettivo di trovare un punto da dove calare e far risalire il kayak, considerto che tutti quelli che mi han parlato di quello spot ne parlano come di un posto piuttosto infrascato, difficile da pescare da riva a spinning, praticamente impossibile a mosca, e l’unica alternativa è da dentro.

Arriviamo a Isola, il posto a pelle mi piace, è come l’ho visto in alcuni video su youtube, ma soprattutto è confermata la sensazione di un posto ostico dove pescare da riva, quindi decido che almeno in questo frangente, farò solo da assistente al guadino 😉 mentre il mio amico pesca, e frutto l’occasione per studiare ben bene la zona. Rothwulf ce la mette tutta, ma il pesce non collabora, intanto la giornata volge al bello, e dopo aver scovato un punto ideale per calare e salpare il kayak, si decide di cambiare spot.

Ci spostiamo in una zona che in passato aveva regalato qualche cattura interessante, soprattutto a spinning, mentre è piuttosto complicata per la mosca, anche se non impossibile. Decido di rompere gli indugi e di montare l’attrezzatura e tentare di insediare qualche esocide, setting della giornata considerato sia il canale che le temperature: shooting head intermedia, terminale da intermedia e Flashtail whistler bianco e rosso. L’acqua è limpida e si vede chiaramente fondo ed erbe, nonchè la presenza di pesce foraggio quali scardolette. Dopo alcuni lanci test, per riprendere mano con la canna e l’attrezzatura “pesante” comincio a cercare di fare dei lanci su target precisi con dei recuperi abbastanza vari. Non vedo inseguimenti per parecchi quarti d’ora, fino a quando un luccetto, forse lungo il doppio dell’esca non prova a testare i miei riflessi e la mia emotività, seguendo la mosca con interesse, ma non riesco a far partire l’attacco e mi ritrovo a dover alzare l’esca dall’acqua che oramai è arrivata sotto i miei piedi.

La curiosità del pesce era momentanea, nonostante i miei sforzi non riesco a stimolarlo ulteriormente, ma nemmeno Rothwulf che nel frattempo mi ha raggiunto, e prova a tentare il piccolo esocide variando esca e recupero, ma a parte qualche sparuto inseguimento, non riesce a generare un vero e proprio attacco.

Decidiamo di cambiare di nuovo, sta volta tentiamo di “vincere facile”! Destinazione un canale che già in passato ci ha regalato catture e divertimento, dove ho salpato il mio primo luccio in assoluto ed anche il primo a mosca. Rispetto al passato in cui si andava in autunno avanzato, ieri le sponde erano cariche di vegetazione, come i canneti che complicano l’accesso e l’azione di pesca ed in acqua le erbe erano ancora molte facendo incagliare non poco le esche durante i recuperi, generando false sensazioni. Primi lanci infruttuosi; lentamente si scende il corso del canale, si esce dalla zona dei canneti, e quindi si semplifica la dinamica dei lanci, ora riesco ad essere più preciso ed anche i recuperi risultano più gestibili. Dopo vari lanci a  favore di braccio dominante, ovvero con la mia spalla destra verso il canale, la sequenza a raggiera mi costringe a dover usare un lancio rovesciato, con la canna che carica la coda sopra la spalla sinistra. Inizio il recupero, mi fermo, anche, per raccogliere meglio la coda nel cestino, così da evitare che si ingrovigli ulteriormente con la vegetazione. Riprendo il recupero, ma la mosca non si muove, ho preso sicuramente dell’erba, poi sento un peso, tendo la canna il peso non si sposta, avvolgo la coda sul mulinello, ed ecco che la sensazione diventa certezza, PESCE IN CANNA!!!

Inizia la lotta, ma non voglio prolungarla troppo, non voglio che il pesce accumuli acido lattico, lo tiro sotto riva, tecnica dell’opercolo, ecco che guardo la mia preda negli occhi, le fauci spalancate mi permettono di vedere nitidamente l’esca, bella piantata in fondo, CAVOLO, questa non ci voleva, poi noto che la punta dell’amo è fuoriuscita e si trova nella guancia, beh mi va di lusso, tronchesi e via… Magari fosse così semplice, prima di tutto è proprio a contatto con la pelle della guancia e poi le tenaglie non tagliano, secondo tentativo e finalmente riesco a tagliare l’amo, pinze a becco lungo e l’esca è fuori, Rothwulf dall’altra sponda mi chiama per la foto di rito, ma oramai la cattura è già nuovamente in acqua, e come provo a risalparlo, si divincola e riacquista la libertà, lo saluto e ringrazio, mentre si allontana verso la sua tana, per il divertimento regalatomi.

Ora tocca al mio compare che a spinning deve stuzzicare qualche altro esocide, cosa che avviene poco dopo, un bell’esemplare viene tentato da un cucchiaio modificato con una gomma in coda, ma l’amo singolo senza ardiglione, non riesce a far presa nel palato del predatore. Rothwulf cambia esca, passa ad un minnow con ancoretta, il predatore è affamato e non disdegna un ulteriore attacco, dall’alto dell’altra sponda è bellissimo godersi lo spettacolo del luccio che esce dalla tana e si avventa sull’esca è soprattutto molto educativo, che mi permette di vedere, dal vero in presa diretta, il comporamento dell’esocide, che dopo aver chiuso le fausi attorno all’esca, rimane improvvisamente fermo immobile, come se stesse cercando di capire che sapore abbia quanto appena catturato. Rothwulf comincia a recuperare, inizia le lotta, che si conclude con la slamatura della preda a meno di 20 cm dalla bocca del guadino, probabilmente non era giornata per una bella foto ricordo. 🙂

Oramai la mattinata è arrivata al suo epigolo naturale, suona mezzogiorno, ed è ora di lasciare in pace in nostri amici pesci che anche oggi ci hanno fatto divertire e tornare alle nostre dimore per il giusto desinare.

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Tenkara – il corso e le prime impressioni

Sabato 22 Luglio 2017

Ore 5:35 la sveglia chiama, ma dai sono di riposo, che cavolo! lasciami dormire, dai su… un pensiero si insinua, ma se c’è la sveglia nel giorno di riposo, un motivo ci deve essere… Cavoli c’è il corso di tenkara!!!

Mi alzo con calma, un misto di eccitazione per il corso e di sconsolazione per aver lasciato il mio dolce giaciglio, dove serena riposa la mia consorte. In silenzio o quasi, mi preparo la colazione, sistemo le mie amate bestiole, quasi un esercito tra cani, gatti, pesci d’acquario, tartarughe e pesci di laghetto.

Dopo colazione mi preparo per la giornata, sarà un’altra giornata rovente, le medie sono oltre i 30°, quindi thermos con qualcosa di dissetante, frutta fresca, un cambio in caso d’emergenza.

Controllo l’attrezzatura e metto i libri che ho sull’argomento, non parto da zero, negli ultimi 2 anni ho studiato, mi sono informato e ho provato la tecnica, ma la mancanza di risultati seri, ovvero conseguiti non per caso, mi ha spinto a cercare un buon istruttore, ed avendo un’associazione proprio su questa tecnica proprio in regione, sarebbe stato stupido non provarci.

ore 6:45 Partenza per il punto d’incontro. Sebbene sia un sabato mattina, il traffico è comunque presente, parte sono pendolari per i luoghi di balneazione ovvero le località di mare, come Lignano Sabbiadoro e Bibione, ma anche per il greto di qualche fiume, come il Tagliamento. Con questo caldo non mancano i vari contadini che sfruttano le prime ore del giorno per effettuare i vari trattamenti alle colture, antiparassitari o simili, e gestire la componente irrigua. I soliti bestioni della strada, autotreni e bilici, non potendo sfruttare l’autostada, per il blocco imposto nel fine settimana, si riversano anche se in misura minore sulle statali, e quella che devo percorrere io ha un terribile punto d’imbuto! CARSARSA DELLA DELIZIA, che oramai è come un incubo, tra limiti, velox fissi e semafori che rilevano le infrazioni, sembra più un girone dantesco che un tratto di strada statale compresa tra due rotonde, ovvero quella di Valvasone/Arzene e quella di Cusano. I miei calcoli di percorrenza vanno a farsi benedire, non mi restano alternative, sfruttando la tecnologia, visto che ho speso all’epoca e la zona è coperta dal segnale 3G sfrutto il sistema di dettatura automatica e mando un messaggio al mio compagno di avventura, con un laconico “15 minuti di ritardo”.

ore 7:30 arrivo al punto di ritrovo, con i classici 15′ di ritardo accademico. Scuse d’obbligo e presentazioni di rito. Lui è Davide Mascherin, fondatore e curatore di Tenkara Friuli (tenkarafriuli.it) nonchè l’organizzatore del 5° European Tenkara Convention tenutosi lo scorso 24 e 25 Giugno 2017 presso il Camping Val Tramontina a Tramonti di Sotto, mica BauBau MicioMicio! Da oggi il Mascherin verrà chiamato dal sottoscritto Sensei Davide. Un  tipo a posto direi, alla mano, uno con cui si esce a pescare volentieri, lontano anni luce da qualche istruttore di pesca a mosca con quel loro alone di superiorità tecnica, TLT TIL o come volete chiamare il lancio “Italian Style”, di cui io comunque sono un estimatore ed un umile limitato esecutore; forse perché il padroneggiare i lanci tecnici con code leggere richiede costanza e dedizione, abnegazione e spirito di sacrificio, quasi fosse un arte marziale, che rende i seguaci di Pragliola, di Magliocco, e degli altri maestri della TLT Accadey, della SIM, della SIL… sostenitori quasi fanatici della tecnica, del bel lancio e del loop stretto. Forse la semplicità della tecnica giapponese, che non è sinomimo di facilità, porta le persone a “spogliarsi” di quella aura e mantiene il maestro a livello dell’allievo, per denotare l’abisso tra i due solo nel momento dell’azione di pesca, che si riduce all’essenziale: il prendere il pesce e non all’eseguire il lancio ed alla posa dell’esca. Ovviamente, come ho potuto scoprire durante la giornata, lanciare non è poi così banale. Forse perché provengo dalla pesca a secca e quindi ho appreso una tecnica di lancio con una sequenza di lancio complicata, ma nonostante la mia cronica difficoltà a memorizzare muscolarmente i movimenti… in un paio d’ore sono riuscito a fare dei lanci che potevano fregiarsi di questo titolo.

Io e Davide ci conoscevamo attraverso i rispettivi blog e alcune discussioni sul Forum (http://pescareinfvg.forumfree.it/). Erano due anni che cercavo di partecipare a qualcuno degli stage che Tenkara Friuli organizza in estate, ma il lavoro me l’aveva sempre impedito, fino a quest’anno quando siamo riusciti ad organizzarci per un corso “privato”. Prima di partire per lo spot del corso, che sarà anche quello di pesca, mostro al Sensei, che per prima cosa mi omaggia del cappellino ufficiale di Tenkara Friuli, i vari libri che ho comprato negli anni:

  • Simple flies di Morgna Lyle,
  • Tenkara di Keller/Ishimura,
  • Tenkara flyfishing di David E. Dirks,
  • Tenkara di Daniel Galhardo;

i primi tre titoli si trovavano nello store di TenkaraBum, l’ultimo sono stato uno dei “Beker” e immagino ora sia disponibile sul sito di TenkaraUsa. Ovviamente i libri aiutano, ma ci sono molti aspetti della tecnica che non si possono scoprire se non attraverso l’esperienza altrui, soprattutto nel lancio, ovvero nello scoprire le posture errate che portano ad un’azione scorretta.

Proveniendo dalla pesca a mosca tradizionale, la mia curiosità per la tenkara, non è data dal fatto di apprendere una nuova tecnica per sostituire la precedente, bensì di trovare una tecnica alternativa per quelle situazioni di pesca in cui la mia adorata mosca secca, non risulta efficace se non addirittura inutile, perché le prede non sono interessate a cibarsi in superficie. Chiarito questo piccolo, ma essenziale particolare, anche Davide può tarare al meglio il corso. In passato avevo cercato di avvicinarmi alla pesca con la ninfa, ma a beneficiarne sono stati solo alcuni amici a cui ho rivenduto la mia attrezzatura ;). Con la Tenkara non voglio ripetere un simile errore, con le code pesanti per la pesca a predatori importanti, sono riuscito a superare le difficoltà iniziali ed otternere anche delle discrete soddisfazioni, ma anche in questo caso c’è stato lo zampino di un amico già esperto nella tecnica (l’unico e grande Tiziano), e quindi ho fortemente voluto seguire un corso.

Nel frattempo, dopo la doverosa tappa per un caffè e l’acquisto di una bottiglietta d’acqua, abbiamo raggiunto il nostro spot di pesca, ovvero località “Tre Pini” a valle della briglia del palasport di Claut. Come suggerito dal Sensei, resistiamo alla tentazione di provare ad insidiare i temoli e le trote che sicuramente si trovano sotto la briglia e ci spostiamo a valle, in una zona ottimale per cominciare la scuola di lancio e mentre prepara l’attrezzatura Davide, mi fa un piccolo sunto dell’origine della tecnica.

La Tenkara, che significa dal Cielo, è una tecnica sviluppata in giappone, ma per scopi professionali, ovvero i pescatori risalivano i vari torrenti montani per catturare dei pesci che poi avrebbero rivenduto, era quindi essenziale, che la tecnica fosse la più efficace possibile, e che richiedesse la minore attrezzatura possibile visto il particolare ambiente in cui andava applicata, considerato che all’epoca esisteva solo i bambù, la seta, i crini di cavallo e pochi altri materiali… il risultato è sorprendente.
Con il passare del tempo la tecnica si è evoluta, nuovi materiali hanno soppiantato i precedenti, il carbonio ha preso il posto del bambù ed il nylon quello dei crini di cavallo… ma se qualcuno si ricorda di un certo ragazzo pescatore che con una canna costruita dal nonno e pescava pesci in torrente come se si trovasse in un laghetto di pesca sportiva odierno… sicuramente la tenkara non risulta  una tecnica poi tanto sconosciuta, e Sampei (ovviamente era lui il grande pescatore) la usava in un cartone animato degli anni 70, ma questo sarà argomento di un futuro post attualmente già in preparazione. In Italia, si è sviluppato qualcosa di molto simile, ed è la Valsesiana, tecnica tradizionale della Val Sesia, ai piedi del monte Rosa, come riportato dal sito (http://www.moscavalsesiana.it/) “Una semplice canna fissa , una lenza in crine di cavallo intrecciato, un trenino di mosche essenziali e molta abilità da parte del pescatore, sono ancora oggi il cuore di questa tecnica elegante ed efficace allo stesso tempo” ed a dimostrazione della somiglianza tra le due tecniche ecco il resoconto del gemellaggio con i maestri giapponesi della tenkara (http://www.moscavalsesiana.it/index.php?titolo=Gemellaggio).

Ora passiamo alla tecnica odierna. Questo è solo il resoconto della giornata, magari prolisso, ma non è una guida alla tenkara, anche se contiene degli spunti e dei riferimenti alla stessa, sono altri quelli che possono e devono tenere delle lezioni e dei corsi, a me interessa solleticare la curiosità dei lettori, fornendo informazioni, corrette e verificabili, ma il mio grado di competenza in materia mi impedisce di poter fare “scuola”.

La prima cosa che Sensei Mascherin ha voluto sottolineare è che la tenkara è la tecnica per pescare pesci piccoli, non che le grosse catture non possano accadere, ma non è quella più adatta per monster fish, ed io aggiungo se trovo una trota 40cm in un torrente montano, ho almeno fatto jackpot, visto che solitamente già quelle che raggiungono i 30cm sono delle rarità in spot selvaggi senza l’intervento modificatorio degli uomini.

Come si diceva, la Tenkara è una tecnica semplice, niente complicazioni con mulinelli, code di diverse geometrie e dimensioni, finali conici… Il tutto si riduce ad una canna compresa normalmente tra i 3,15 mt e 4,50 mt, dove le misure più usate sono quelle comprese tra i 3,60 mt ed i 4,00 mt. Oltre alla lunghezza c’è un altro fattore da considerare è il così detto rapporto, ovvero quanto la canna sia flessibile, normalmente il rapporto va da 5:5 a 8:2, se si divide la canna in 10 parti, il primo valore indica la parte più rigida e la seconda quella più morbida, ovvero più basso è il primo valore più parabolica risulta l’azione della canna. I rapporti più usati sono il 6:4 ed il 7:3, dove il secondo è consigliato soprattutto per i neofiti, infatti il Nissin Starter Kit, propone una canna da 3,60 in 8 pezzi con rapporto 7:3 (http://www.theitalians.net/NISSIN_TENKARA_CAT_2015.pdf) ed è proprio la canna che possiedo ed ho usato in connubio con la treccia. Per questa sessione invece Sensei Davide, pensa sia meglio una canna più lunga e morbida, e così eccomi con una AIR STAGE  con azione 6:4 e lunghezza sui 4 mt se non ricordo male.

La treccia! Già questo sistema di connessione tra canna e finale. La tenkara non usa code, ma due sistemi, ovvero il trecciato (tapered lines) e la Level, se non contiamo sistemi “moderni” come finali galleggianti o altri sistemi poco ortodossi come una coda da mosca modificata.

Il primo sistema è indicato solitamente per i principianti, risultando più semplice da lanciare, ma altresì è il sistema più simile alla tradizione: è una specie di “finale conico” dove una sequenza di fini di nylon o fluorocarbon intrecciati ed annodati a quelli di spessore inferiore fino a raggiungere la lunghezza predefinita, solitamente quella della canna che si usa; ma se si punta alla tradizione il tapered line, si può trovare in crine di stallone bianco. La level invece è un “fluorocarbon” con densità superiore a quello che normalmente si utilizza nella pesca tradizionale, ha solitamente una misura dal 2,5 al 4,5. I vantaggi ad usare una Level è che solitamente questo sistema risulta più leggero permettendo una posa più delicata, anche se ci vuole maggior tempo e pratica per padroneggirla. Altro vantaggio è la possibilità di decidere la misura da utilizzare, adeguandola all’ambiente in cui ci si trova, solitamente la lunghezza della canna a sui si avviunge uno o più “tiri di freccia”, tecnica di misura che permette di calcolare la lunghezza necessaria senza utilizzo di altri strumenti e corrisponde a circa 1 metro.

Il tiro di freccia, per gli arcieri o chi ha dimestichezza con il tiro con l’arco, si intuisce a cosa corrisponda, spiegarlo non è semplice, bisogna immaginare che stiamo tendendo la level come si tende un arco, alla fine la misura è quella tra il braccio sinistro alzato lateralmente all’altezza delle spalle e la mano destra posizionato all’altezza della spalla destra, come dicevo corrisponde a circa 100cm. Nell’immagine si vede la tecnica, ora sostituite l’arco nella mano sinistra con la Level e nella destra immaginate di avere la restante level.

Ora il nostro sistema pescante è quasi pronto ora manca il tip, massimo uno 0,16 (3X) meglio 0,14, nell’evetualità di un monster fish, si spezza il finale e non ne risente la canna.

Come per il resto anche i nodi ricalcano la filosofia, semplici e veloci.

  1. Lilian, ovvero quella parte rossa che connette la canna al sistema pescante, alcuni puristi non lo saltano,  nodo savoia o nodo del chirurgo
  2. Level (la treccia viene venduta con nodi in testa e coda), uno scorsoio che ricorda il perfect loop, e va a collegarsi sul Lilian. Credo sia l’Ishigaki tippet connection.
  3. Level per la connessione con il tip, si usa lo stesso del lilian
  4. Tip, per connettersi alla Level, si usa lo stesso della Level con il lilian
  5. Esca, solitamente il nodo che normalmente si usa, personalmente il Davi’s o il Perfect.

Si noti che si può usare in caso di asole già realizzare la classica connessione Loop to loop o il Girth hitch knot

Questo video, suggerito da Sensei Davide, mostra come realizzare i nodi principali, con spiegazioni in italico idioma.

L’apertura e la chiusura della canna, sono il momento più delicato della sessione di pesca, con un carbonio così sottile e sensibile, i rischi di rottura sono altissimi, quindi aprire e chiudere la propria canna facendo parecchia attenzione, soprattutto a non estrarre le sezioni con il sistema pescante in posizioni che rischiano di annodarsi, creando improvvise tensioni che potrebbero piegare il vettino; richiudendo è fondamentale fare attenzione nel cercare di “riaprire” la conicità per liberare le varie sezioni, soprattutto le prime tre in alto. Al fine di evitare problemi in apertura, è consigliabile aprire completamente la canna senza collegare il sistema pescante.

Un passaggio solitamente sottovalutato è la distensione della Level, infatti se durante la precendente sessione l’abbiamo stipata in un “line holder” o la estraiamo dalla bobina, la stessa presente delle spire da “memoria”, si può usare il sistema di distensione del terminale che si usa per la pesca a mosca tradizionale, ma questo scalda il fluorocarbon, oppure si può usare il trucchetto che suggerisce il Sensei Davide: trovare un ramo a cui legare un capo della level, indietreggiare e quando avremo raggiunto la tensione di distensione, tensioneremo ancora leggermente, per poi rilasciare sempre lentamente, ripetendo il procedimento alcune volte fino a stendere completamente il sistema pescante.

Siamo pronti a pescare, beh manca l’esca, ma al momento sto seguendo un corso, quindi la mosca la montiamo dopo.

Prima passo, la presa! a differenza della pesca a mosca tradizionale, dove la presa con l’indice sopra l’impugnatura non si usa più, beh qui è la prassi.

Passo successivo, è il più complicato, la posizione del gomito, che deve stare possibilmente vicino al fianco così da mantenere il piano di lancio e stancarsi meno in una sessione di pesca. Il polso, vero mio punto debole, l’ho sempre mosso troppo, il classico ore 10 ore 12, si applica anche nella tenkara, come si applica la mancanza di uno stop, ma si opta per solo un ammortizzamento. Fondamentale avere velocità in uscita dall’acqua, sollevando la canna, per poter avere velocità durante il lancio. Come con le code pesanti anche lo stop frontale non deve essere troppo basso, se finiamo a ore 9 la nostra posa, avremo una posa troppo corta senza distensione completa del sistema pescante.

Il piano di lancio è fondamentale, se si esce dal piano il lancio non riesce o riesce corto, a volte durante i vari esercizi, mi è tornato in testa proprio Sampei, l’immagine in cui lancia diritto davanti a lui.

ore 11.00 circa, la tecnica di lancio pare accettabile, quindi passiamo a mettere una mosca in punta al nostro tip, della classica lunghezza di un tiro di freccia. Le mosche da tenkara sono chiamate Kebari, quelle con le hackel rivolte in alto, sono le sakasa, e quella che montiamo è la TFA ovvero al Tenkara Friuli Acchiappatutto, sviluppata proprio da Sensei Davide Mascherin  e non ha assolutamente deluso le aspettative (https://tenkarafriuli.wordpress.com/2013/08/27/la-tfa-tenkara-friuli-acchiappatutto/). Una grande mosca tuttofare.

Qui di seguito alcune immagini del sottoscritto in azione, fortunatamente manca l’audio alle foto 😉

I pesci forse per pietà del sottoscritto si sono fatti pure allamare, portando il resoconto della giornata a 3 catture, 2 slamate e 1 ferrata sbagliata.

Visti i risultati inattesi Sensei Davide ha pensato che ero pronto per alcune tecniche “avanzate”,

  1. far saltellare la mosca si chiama Sutebari
  2. il Sasoi è quella tecnica con movimenti lenti cioè tipo piccole pompatine per animare la mosca nella zona di acqua relativamente statica oppure quando si fa inghiottire la level sotto una cascata e poi la si estre lentamente sempre con movimenti del vettino che hanno un’escursione di circa 15-20 cm.
  3. Quando invece si picchietta con l’indice sul fusto della canna si chiama Ashtapa-zuri.

Ore 13.30 per oggi la sessione di pesca può dirsi conclusa, un po’ perchè oramai i pesci non collaborano, sia perché la stanchezza di quasi 4 ore di lanci comincia a farsi sentire. Ora è il momento della convivialità, saliamo in macchina e scendiamo verso il paese, troviamo una locanda e scatta la birra ed il panino d’ordinanza, il resto son ciaccole.

Quello che ho appreso in questa giornata è forse esattamente quello che cercavo, una nuova tecnica, che come tutte le tecniche ha vantaggi e limiti, che mi ha donato soddisfazioni e mi ha aperto nuove interessanti possibilità, sempre per vivere la pesca in mezzo alla natura, con la possibilità di sfidare anche quei pesci che altrimenti non sarebbero intenzionati a partecipare, magari tenendo la canna chiusa nel gilet, ma sempre pronta ad alzarsi dalla panchina per entrare in campo e segnare il punto della vittoria.

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Il primo luccio a mosca

Come disse o scrisse qualcuno, il primo luccio non si scorda mai, ed è vero, ma non quello a mosca bensì quello a spinning, ma questo è stato estremamente utile in occasione della prima ferrata! l’esperienza precedente mi è servita a capire che il peso che sentivo sull’amo, non era un erbaio, bensì un esocide.

imageIl primo Luccio

imageIl Secondo Luccio

imageIl sottoscritto con il suo trofeo, prima del rilascio,
in posa per una delle rare foto con il pesce in mano, a causa di una slamatura estremamente difficoltosa

Come testimoniano le foto, alla fine, anche il sottoscritto è riuscito ad allamare un luccio, data storica da segnare sul lunario (come lo chiamavano i nonni) perchè non solo sono riuscito a ferrare e guadinare, o piuttosto opercolare, un luccio, ma nella stessa sessione di pesca ho avuto la gioia di concedermi un bis, ed anche il mio mentore e compagno di pesca, Tiziano è riuscito a “scappottare”, e nel suo caso dopo un primo attacco a vuoto, è riuscito ad aver la meglio su un esocide molto attivo e convinto. Le catture hanno dipanato anche due importanti dubbi, ovvero la tenuta del cavetto e del nodo. Nessun cedimento o segno particolare di usura, considerando la taglia media dei due esemplari, ovvero tra i 40 e 60 cm. Il setting impiegato nello specifico è dato da una Coda Intermedia, Terminale da 60cm + Bite guard, Flashtail Whistler – Red & White amo 1/0 effettuando lanci a raggiera stretta con recuperi variati, comunque piuttosto lenti e pause non troppo brevi; la marea era teoricamente all’apice, ma da un controllo successivo nella tavola delle maree, abbiamo iniziato a pescare con la marea al culmine, ma la cattura era con marea a zero in calo, ma in quello specifico spot, credo influenzi relativamente poco, luna tra piena e 3/4, orario verso le 14.00, leggera brezza, cielo sgombro ovvero alta pressione con stabilità meteo per alcuni giorni, temperatura sotto zero nella notte, temperatura acqua non rilevata, causa mancanza di termometro, presenza di leggera corrente in canale, presenza di ghiaccio sulle sponde tra i canneti. Ovviamente lo spot rimane top secret, e questo articolo per vari motivi, viene pubblicato a posteriori, nella stagione di frega, così da scoraggiare, se possibili, eventuali appassionati dal disturbare il periodo nuziale dei lucci.

Lancio parallelo alla riva ed ai canneti ed attacco in recupero, dopo lo stop. Lancio rischioso per presenza di ostacoli, ma ha pagato in entrambi i casi, il primo a favore di corrente, il secondo contro corrente. Il flashtail whistler, fischia in volo, e quindi emette vibrazioni in acqua, è leggermente piombato, quindi con fondali bassi e presenza di erbai, non scende troppo, anche considerando che la coda intermendia ha un affondamento piuttosto lento. Scelto su suggerimento di Tiziano perchè i Clouser “aravano” il fondo e i Diver non avevano dato risultati; quindi serviva un esca che per quanto possibile si stabilisse a mezz’acqua.

Ora aspettiamo pazientemente il mese delle rose, per tentare di trovare ennesima fortuna, con l’adrenalina che questo predatore regala nei combattimenti. Grazie Esox.

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Stagione 2016 – “una lamentela civile”

Ho scritto questo piccolo articolo, subito dopo la chiusura “prolungata” della pesca in zona B a fini turistici, ovvero nei laghi maggiori quali quello dei Tre Comuni o di Barcis; ed il titolo è stato pensato parafrasando un monologo, molto intenso e toccante di Marco Paolini, ovvero, Vajont 9 ottobre ’63 – Orazione civile, ho pensato a questo, dove civilmente lamento un annata povera di popolazione ittica e di etica nei pescatori. Sia ben inteso che dal punto di vista delle catture, è comunque stata una stagione soddisfacente, ma è la popolazione dei fiumi ed il loro stato di salute, il problema. Sarà per un inverno particolarmente asciutto ed avaro di pioggie, che ha portato ad un drastico e pericoloso abbassamento generalizzato dei livelli, non solo dei maggiori corsi d’acqua, ma soprattutto dei canali e delle rogge, sarà per qualche inquinante che forse è stato sversato, forse da qualche contadino sbadato o qualche pesticida usato un po’ troppo o troppo in prossimità di canali o falde, sarà forse per qualche strana malattia, virus, batterio o alga che  sono comparsi nelle nostre acque e che colpiscono la fauna locale… fatto stà che trote a parte, che regolarmente vengono immesse dall’ETP, mentre cavedani, alborelle, vaironi… sembrano decimati e questo torna a discapito anche delle trote stesse, a cui viene a mancare una fonte di nutrimento soprattutto per quelle più grosse. Non conosco il vero motivo, ma è preoccupante per l’equilibrio dell’intero ecosistema. Qualcuno “accusa” l’arrivo dei migranti e le solite popolazioni dell’Est Europa (noti per amare la carne dei ciprinidi, a differenza dei friulani); ma anche questa ipotesi mi sembra troppo semplicistica e comoda da usare. Di sicuro il bracconaggio è stato presente, con il rinvenimento in regimi NK di scatole di camole ed intere montature con il vivo, infischiandosene del rispetto per i pesci e gli altri pescatori. Quest’anno è stato un anno di grandi riunioni, titoli e articoli su carta stampata e sui social network, di chiacchiere da bar, di proclami e disdette, di promesse e minacce, tutte incentrate su un tema caldo, fin troppo facile da colpire, ovvero l’eventuale soppressione/riconversione dell’Ente Tutela Pesca, che con sorprendete celerità ha visto alcuni denigratori degli anni addietro, ravvedersi all’improvviso ergendosi a paladini della sua conservazione… il 2017 forse porterà cambiamenti, ma dire se nel bene o nel male, per il mondo della pesca, dei pesci, dell’ambiente e dei pescatori, è prematuro.

In parte il 2015, mi aveva dato segnali inquetanti, che il 2016 hanno confermato ed imposto un cambiamento nella mia politica di “condivisione” delle mie esperienze di pesca. Fino a due anni or sono, tenevo aggiornato, entro la settimana successiva, le mie uscite a pam, dando indicazioni sul momento della giornata, sul tipo di esca e sulle condizioni del fiume… ora dopo che alcune roggette, piuttosto nascoste sono state letteralmente svuotate, compreso e sopprattutto il sottomisura, beh ritengo che sia necessario adottare un cambio di strategia… il diario è qualcosa che mi serve a fini statistici, ma lo pubblicherò solo a fine stagione, e certi riferimenti sul luogo saranno un po’ più criptici. Le foto, invece, continuerò a pubblicarle come ho fatto fin ora, ma eviterò anche qui di essere troppo preciso, soprattutto in quei contesti, dove il regime di pesca non prevede regimi particolari, come il No Kill o RPS.

Annata tutta da dimenticare allora? nemmeno per sogno! Archiviata, credo definitivamente la pesca a ninfa, almeno quella con canna e mulinello, mi sono avvicinato alla Tenkara, che mi ha affascinato da subito; i risultati sono stati scarsi, ma è una tecnica nuova ed al momento sono autodidatta. Ho potuto notare dei miglioramenti interessanti, invece, nel lancio delle code pesanti per insidiare lucci e bass. Mentre il persico trota, anche di buone dimensioni, è stata una preda che ho potuto “toccare” con mano, il lupo d’acqua ancora sfugge, ma la perseveranza, la costanza e la dedizione sono sicuro che porteranno a risultati prima o poi.

Sul fronte della pesca a secca, che sempre più, sento come mia, da segnalare la realizzazione di alcune ricette di imitazioni, che finalmente hanno dato i risultati sperati, non solo dal punto di vista delle catture, ma soprattutto dalla resa in galleggiabilità e resistenza, affrancandomi non poco come piccolo fly tyier.

Cari amici, mi hanno portati in luoghi splendidi, piccoli scrigni di pesca, riservati a pochi, un privilegio che sento il bisogno di onorare e rispettare tenendo questi spot segreti. Il 2016 mi ha fatto entrare in contatto ed a volte conoscere, grazie anche alla “pubblicità” di questo sito, persone e personaggi dall’Italia e dall’estero. Per mancanza di tempo non ho potuto “incrociare” le lenze con un amico Austriaco, molto simpatico e disponibile, ma gli impegni di lavoro, non hanno impedito di portare a pesca, qualcuno che negli States, è conosciuto, qualcuno che ha scritto di pesca e di viaggi di pesca e che “viene” citato anche in Italia da altri “grandi”: il buon Claudio Tagini. Qui non mi metterò a pubblicare la sua biografia, per i curiosi, google ed internet sono fin troppo prolissi. Per quanto mi riguarda, l’incontro con Claudio, è stato un evento costruttivo, il confronto con una scuola di pesca e mentalità diverse da chi è cresciuto in questa regione, sia per “le complicazioni” tipiche della burocrazia italiana, ma anche per come viene concepita e gestita l’attività alieutica in Nord America, e come si “lancia” in quella parte del mondo. Ma anche le imitazioni nel Carnet, sono state una sorpresa, la “Roncallo Special” è stata qualcosa di micidiale anche nei confronti di trote apatiche, che risentivano delle pioggie dei giorni precedenti. Decisamente un momento di crescita e di confronto estremamente costruttivo, con una persona, non un personaggio, con cultura e molto alla mano. Altro momento indimenticabile, anche se mentalmente faticoso, è stato il momento in cui Claudio ha affidato a me ed al mitico Alvio (Jackal) una coppia di americani in luna di miele, che volevano provare a pescare a mosca in Friuli. Fare da Chaperon, come ci ha definiti il Tagini, di per sè non era un problema, capita spesso di accompagnare amici, anche neofiti, a pesca in luoghi nuovi, cercando di creare le condizioni ideali perchè riescano ad allamare il pesce, ma farlo con una coppia di sposini, che parla Americano ed ha dei tempi a dir poco risicati, non è proprio una passeggiata, gli intoppi e le cose che possono andare storte, rovinando l’esperienza, sono molteplici, dal meteo all’umore dei pesci… ma l’asso nel taschino è stata la Frasca, con cucina tipica casalinga ed il buon vino locale!

 

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Il guardiano del Torsa

Anche quest’anno è finalmente arrivato il magico momento di togliersi la ruggine di dosso, bagnando le mosche in acque amiche e vicine, e magari allamare qualche preda, che nel mio caso non è poi così scontato, vuoi perchè scentemente evito i tratti Nokill e le zone pronto pesca, sia perchè continuo a intestardirmi a pescare a secca, che se il pesce non collabora, magari bollando, non è la tecnica più redditizia. Dall’anno scorso è iniziato il percorso di evoluzione come pescatore a mosca a 360°, il chè farà inorridire i puristi della pesca a mosca intesa come pesca a secca, ma che io considero una limitazione, sia per il periodo che questa risulta efficace, sia per le prede insidiabili. Lo scorso anno ho iniziato ad approcciarmi ai grossi predatori, come il Luccio ed i Persici, con canne e code pescanti, senza risultati evidenti, ma comunque con piccole soddisfazioni personali, magari nel fatto di riuscire a posizionare l’esca nel punto corretto e non a caso, al momento una mini-guida è allo studio. Quest’anno d’altra parte ho cercato di evolvermi ancora, dopo i fallimenti degli anni scorsi con la pesca a ninfa, ho voluto riprovare ma passando al minimalismo, per ampliare le mie tecniche e la mia visione di pesca, ho voluto provare la Tenkara, che per la sua semplicità mi affascina, e perchè era la tecnica usata da Sampei!!!! Il mito ispiratore della mia infanzia. Per ora ha dato frutti solo a secca, ma questa sarà un racconto che farò un domani, quando non sarà solo per caso o per fortuna, e quando riuscirò a sfruttarla anche con catture al di sotto del pelo dell’acqua. Una cosa, però, mi è da subito chiara: la mia visione della storia della pesca a mosca, che ho trattato qui https://pescareamoscainfriuli.com/biblio-e-video-teca-materiale-online/pam-storia/ ed è tutt’ora, come mi capita spesso solo un progetto iniziato, con il mio entusiasmo tipico, è lungi dall’essere completo, grazie alla mia tipica incostanza :). Comunque tale storia, necessariamente ha bisogno di una rettifica: è parte della storia della pesca a mosca in OCCIDENTE, visto che quella d’ORIENTE, dove la Tenkara è nata e si è sviluppata, sarà oggetto di altro percorso di studio, per fare un paragone un po’ avventato ed approssimativo, è come parlare di Piramidi, si pensa a quelle Egizie, ma esistono anche quelle Maja, se non altre in giro per il mondo.

Quest’anno ho riprovato alcuni tratti di fiume che conosco, ed ho dovuto constatare, purtroppo, che la presenza di vita, soprattutto ittica, è cambiata dastrivamente, forse per la prolungata mancanza di pioggie quest’inverno, o forse per altri fattori, ma erbe e pesce ne han risentito, e non mi riferisco alle trote, ma soprattuto agli amici cavedani, senza tra l’altro scordare la presenza di pesce foraggio, piuttosto che le lumache d’acqua dolce.

Anche il Torsa è cambiato, ma questa volta è per mano dell’uomo.

Chi possiede i terreni sulle sue sponde ha posizionato delle reti per impedire il transito ai pescatori, ma anche per limitare gli spostamenti dei propri animali da cortile. Questo sistema, però, non limita gli spostamenti del nuovo guardiano, che vigila sul Torsa: uno stupendo esemplare di Pastore Maremmano. Sicuramente quando lo si vede all’orizzonte ergersi maestoso, mette inquietudine, ma quando ci si rende conto che non ci sono recinti a separlo dalla riva, beh la soggezione aumenta, soprattutto quando a passo veloce ci si avvicina.

E’ una razza canica che amo e mi ricorda sia Belle di “Belle e Sebastienne” sia quello stupendo esemplare posseduta da Claudio caro amico d’infanzia, ed alla memoria riaffiorano dolci ricordi di un periodo spensierato. Ma questo esemplare; a parte che non è la Belle del mio amico, è un maschio ed io sono nel suo territorio. Partendo dal presupposto che nessun animale è cattivo, decido di ignoralo e di continuare a pescare come prima. Se è vero che le api che ronzano attorno alle mani dei pescatori che cuciono le reti lungo le banchine dei porti, non pungono gli uomini intenti nella loro opera, perchè il movimento è ripetitivo e non presenta bruschi spostamenti, allora potrebbe essere applicabile al fatto che se continuo a pescare senza movimenti che possano venir interpretati come minaccie, beh dovrei poter evitare parecchi grattacapi. Strategia vincente!!! Il colosso, è un esemplare giovane, e dopo avermi annusato, decide che non sono un intruso fastidioso, che gli piaccio e che vuole giocare! Risultato, si mette via la canna e si accarezza il nuovo arrivato, soprattutto perchè vista l’insistenza in cui mi sta appresso, non sarei comunque riuscito a continuare a lanciare, senza tra l’altro rischiare di allamarlo per sbaglio. Provo comunque a stare in mezzo al fiume, ma l’amico sa nuotare anche se ha un po’ di paura per la leggera corrente.

Dopo una decina di minuti decido che è il caso di rientrare, ma arrivo ad una conclusione, dove non arriva l’uomo ci arriva il cane! Se l’obbiettivo dei titolari dei terreni era tenere lontano i pescatori e visitatori indesiderati (nutrie a parte che continuano imperterrite a fare la loro vita) dai loro possedimenti, se le reti ed i divieti non hanno sortito effetto, perchè vengono ignorati, sicuramente la presenza di questo Maremmano, può sortire effetto!

Chi aspetterebbe di vedere come si comporta il nuovo guardiano?  Sapendo di essere sul suo terreno, a parte me ovviamente? Ed anche se ci si fa amicizia, chi continuerebbe a stare in zona, con un essere peloso di una sessantina di chili che continua a cercare in tutti i modi di attirare l’attenzione per ottenere le coccole?

Al momento tra reti, divieti di passaggio ed il guardiano, il Torsa almeno in quel tratto che io frequentavo, è diventato un fiume da toccata e fuga, con un area pescabile di forse un centinaio di metri, almeno a valle. A monte se i titolari delle case e della peschiera fan sentire la loro voce al passaggio di chiunque, rendono anche quella zona non accessibile liberamente, rendendolo di fatto NoKill “naturale” un tratto di fiume, altrimenti molto frequentato. Ma a volersi impegnare l’alternativa c’è, come risalire la corrente lungo il greto guadandolo, visto che il letto del fiume non può venir limitato, ma ne vale la pena?

Per ora mi accontento di pescare nella prima parte, dove ho fatto le prime catture della stagione, con 2 bei cavedani e 2 belle scardolotte che non han resistito alle mie mosche, ma soprattutto una guadinata è da ricordare: il primo cavedano a Tenkara. Non solo è la canna a gestire il tutto; è una sensazione strana diversa da quella conosciuta finora, nel ferrare e portare a guadino il pesce, quando non si ha a disposizione un mulinello o anche una coda che ammortizza. Ora capisco l’entusiasmo di Sampei! quando prendeva un pescetto, anche un esemplare di 25 cm fa sudare le provvidenziali 7 camicie, e sembra che pesi e si agiti come un esemplare da 40! 🙂

 

 

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Stripping basket… fai da te!

Per anni ho ritenuto questo accessorio, inutile, superfluo o peggio… da “incapaci”, se parte di questo modo di pensare rimane vero per quanto riguarda la PAM con code leggere, di cui non ne sento assolutamente la necessità, il tutto cambia nel momento in cui mi sono trovato a lanciare con code pesante, dalla #6 a salire, soprattutto a bordo lago e dal kayak. Ovviamente c’è una ragione: ovvero con code pesanti si lanciano streamer ed esche voluminose e la tecnica stessa di lancio è diversa. La mia tecnica della doppia trazione, è assolutamente grezza e limitata, ma con pazienza e tenacia, sto comunque riuscendo a raggiungere risultati, per ora interessanti. Vista la necessità di un qualche ausilio per evitare, soprattutto il fastidio di ingarbugliare la coda, vista la mia tragica e costante scoordinazione, in qualsivoglia punto del natante o della vegetazione ai miei piedi. Qualcuno potrebbe obbiettare che se raccolgo le spire necessarie al lancio nella mano sinistra, ottengo lo stesso, se non un risultato migliore senza orpelli o accessori vari… beh quel qualcuno avrebbe ragione se non fosse che non riesco a coordinarmi bene e faccio dei pasticci mostruosi, con relativa arrabbiatura che rischia di rovinarmi l’uscita di pesca, che invece dovrebbe essere un momento di relax.

Quindi ho deciso di procurami un cestino da coda o “stripping basket”, ma qui è arrivata la doccia fredda!!! costano un botto! ma come cavolo è possibile? qui di seguito alcuni esempi:

http://globalflyfisher.com/fishbetter/stripping-baskets/

http://www.orvis.com/p/durable-stripping-basket/1433

http://www.saltwatersportsman.com/techniques/fly-casting/stripping-basket

http://www.pescafly.it/contents/it/d67.html

Poi durante un uscita a pesca con Tiziano ho potuto dare un occhio al suo, e la conferma che quelle cifre sono assurde, ergo ci sarà pure un modo di costruirne uno o modificare qualcosa che possa essere adattato alle mie esigenze. Google è sicuramente una grande fonte di ispirazione ed ecco alcuni esempi:

http://www.pipam.it/index.php?option=com_content&view=article&id=3785:stripping-basket-da-barca&catid=71&Itemid=93

http://www.pipam.it/index.php?option=com_content&view=article&id=3257:stripping-basket&catid=71&Itemid=93

http://newenglandonthefly.com/2014/06/16/diy-stripping-basket-fly-fishing-essential/

http://www.pipam.it/index.php?option=com_content&view=article&id=190:cestello-porta-coda&catid=71&Itemid=93

su you tube basta cercare DIY (do it yourself) Stripping basket e si trovano decine di video, più o meno semplici da replicare

Questo poi è stato il progetto da cui partire, e se possibile migliorare

http://www.instructables.com/id/Fly-Fishing-Stripping-Basket-made-from-Repurposed-/#step1

Stripping Basket - Cestino per coda - progetto di inspirazione Stripping Basket – Cestino per coda – progetto di inspirazione

Ecco un mio piccolopersonale tutorial 🙂

  • contenitore (sgabellino FÖRSIKTIG in IKEA 5€  – http://www.ikea.com/it/it/catalog/products/60248418/)
  • Marsupio o Cinta (riciclati)
  • Coni da Silicone (riciclati)
  • Dremel per tagli per tagli precisi dove far passara la cinta
  • Trapano con punta (nel mio caso da 16, considerata il diametro di coni di silicone)
  • Silicone
  • Siringa 10cc per posa precisa del silicone
Materiale necessario per lo stripping basket

Materiale necessario per lo stripping basket

Feritoie create nello sgabellino e posizionata la cinta di tenuta

Feritoie create nello sgabellino e posizionata la cinta di tenuta (i segni con l’indelebile sono i punti dove si dovrebbe forare)

Prima di operare i fori ho creato una Dima per capire se il mio progetto era adatto alle mie esigenze

Cartone di prova per test

Cartone di prova per test

Cartone di test, con innesti dei coni

Cartone di test, con innesti dei coni

Cartone di test, pronto all'uso

Cartone di test, pronto all’uso

Cartone di test, posizionato dello sgabellino

Cartone di test, posizionato dello sgabellino

Stripping basket pronto per il test

Stripping basket pronto per il test

Dopo un test sull’acqua, decisamente positivo, tocca passare alla forma definitiva

pronto a forare

pronto a forare (in primo piano la punta da 16)

Sgabellino con i fori completati

Sgabellino con i fori completati

Particolare del binomio silicone/siringa per pose precise

Particolare del binomio silicone/siringa per pose precise

Particolare dell'inserimento del cono con il silicone

Particolare dell’inserimento del cono con il silicone

Tutti i coni inseriti e siliconati da sotto

Tutti i coni inseriti e siliconati da sotto

Coni inseriti solo da siliconare internamente

Coni inseriti solo da siliconare internamente

posizionamento del silicone attorno al cono, all'interno del Basket

posizionamento del silicone attorno al cono, all’interno del Basket

Stipping basket completato!

Stipping basket completato!

Ora lo devo testare ed eventualmente migliare, magari forandolo tutto attorno per alleggerirlo, se necessario per problemi di peso durante una intera giornata di pesca

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Una mattinata in Paradiso

ovvero la “Divina Commedia” di un PAM

Amante dell’opera del grande poeta fiorentino del ‘300 fin dai tempi della scuola, la Divina Commedia con i suoi canti ed i suoi personaggi, mi torna in mente spesso e la pescata di oggi con tutto quello che ha comportato, mi è parsa come un’allegoria del viaggio nei tre regni ultraterreni dall’Alighieri narrati, avendo dovuto scendere con grande fatica per molte decine di metri, per raggiungere il torrente dove la natura rinfrancava lo spirito, per poi risalire nuovamente con dolore e fatica per tornare all’auto, e rientrare verso casa, passando per una selva di emozioni e sentimenti spesso contrastanti che si paventavano anche assieme e nello stesso instante.

Prologo

Dopo parecchie settimane, si riesce ad organizzare una pescata in compagnia sulla Venzonassa.  La partenza da casa è fissata per le 5:45, levataccia mattutina nell’unico giorno di riposo, ma come resistere… e poi chi cavolo è riuscito a dormire dall’emozione! Ore 6:20, ritrovo da Roberto che come un novello Virgilio mi guiderà in questa avventura. Si carica tutto sull’auto del mio compare e si parte. Venti minuti più tardi parcheggiamo e ci prepariamo per questa mattinata di pesca a mosca.

Purgatorio

La discesa verso il torrente, parecchi metri più in basso, è ardua (a differenza di Dante, che scendeva verso gli inferi, non potendo proseguire la sua strada a causa delle tre fiere) noi lo facciamo scientemente, ma Roberto previdente ha pensato alla mia salute e mi ha fornito di bastone da passeggio telescopico. Il percorso è accidentato, reso infido dalla pioggia caduta il giorno precedente, in molti punti le foglie coprono il sentiero, impedendo alla vista di capirne la consistenza, roccia, terra o fango? Fortunatamente, la mia valida ed esperta guida, quasi paternamente mi indica i punti critici ed i passaggi più insidiosi. A rendere il mio procedere ancora più complicato, se mai ce ne fosse stato bisogno c’è anche un problema intestinale con crampi lancinanti, che si andrà risolvendo fortunatamente, anche se lentamente, nel corso della mattinata. Questo problema associato alla fatica della discesa, all’erba bagnata che lentamente, ma inesorabilmente inumidisce i calzari e la parte bassa dei calzoni, portandomi a sentire i piedi dentro le scarpe sempre più bagnati, ed anche la necessità di mantenere la massima concentrazione ed attenzione ad ogni passo, mi portano con il pensiero verso il Creatore, pregando per non scivolare e di farmi giungere presto all’agognato traguardo, facendo al contempo un esame di coscienza di quali peccati mi debba pentire e purgare, per dover sopportare tutto questo. In alcuni tratti, poi, il mio pensiero ed il mio grazie, corre agli uomini ed alle donne che hanno operato negli anni, per sistemare e mantenere il sentiero CAI che stiamo percorrendo; alle strutture in cemento, che solo Iddìo sa come diavolo hanno fatto, a portarlo e colarlo in certi punti, costruendo qua un ponte, là uno sbarramento, laggiù un camminamento per coprire un passaggio mancante che Madre Natura, dispettosamente aveva evitato di predisporre. Tre quarti d’ora di camminata e siamo a valle.

Paradiso

Lo scenario che si apre davanti è da togliere il fiato, il canto dell’acqua che passa tra le rocce, calma il mio animo ed il silenzio della vallata mi fa scordare la fatica. Il colore del torrente in alcune buche ricorda lo smeraldo ed il sole del mattino, che inizia a splendere con forza, riflettendosi sui massi del greto e soprattutto sulle varie correnti che si scontrano, sembra coprirli d’oro. Dopo il cambio d’abito, d’obbligo visto che dal ginocchio in giù son zuppo, ma “lo previdente Duca mio, già mi preparò a cotale evenienza, suggerendomi di preparare lo cambio d’abito da tenere in dentro lo zaino a spalla”, ci approntiamo per la pesca, prima di tutto mettendo in fresco le bevande per il ritorno, segniamo NK sulla licenza, indossiamo waders, gilet, foulard, cappello, occhiali da sole… La fedele Sage, sarà la mia compagna di oggi, il terminale F5s, preparato appositamente per questa occasione il giorno prima, è stato costruito seguendo quanto suggerito dal sempre presente, almeno per quanto mi riguarda quando pesco a mosca, “Mestri” i cui suggerimenti, datimi anni addietro sul Resia, durante un’uscita assieme, di cui ho già dato conto in un articolo precedente, mi son serviti in questa giornata “prova ogni singola buca o lama”, come mosca da usare ho seguito invece il suggerimento dell’amico Tiziano che in una uscita su un torrente molto simile, ma che dovrà rimanere segreto per una antica promessa nei suoi confronti, mi aveva indicato e dimostrato in tutta la sua validità; l’ultima guida e compagno di pesca virtuale che mi accompagnerà oggi, è Giovanni con cui ho imparato a pescare a mosca in torrente alpino, capendo come alternarsi nelle varie buche o zone “interessanti” usando anche tecniche di pesca differenti e virtualmente inconciliabili senza rischiare di intralciarsi e riuscendo a guadinare molte trotelle selvatiche. Roberto ha deciso di provare a ninfa, io a secca, come sempre, irrimediabilmente ed irriducibilmente sempre a secca. Le prime buche non danno esito, ma bisogna ancora cominciare a capire come muoversi per stare in equilibrio stabile senza rischiare di scivolare su qualche sasso viscido e traditore, come lanciare con precisione, posare la mosca nel punto migliore e soprattutto gestire l’irrimediabile ed omni presente rischio di dragaggio. Il terminale funziona divinamente, aiutandomi a raggiungere una posa quasi perfetta, precisa ed anche se è presente una piccola bava di vento, creata soprattutto dai salti dell’acqua, riesco ad essere efficace, e con che sorpresa, del tutto inaspettata, aggiungerei! Piano piano iniziamo a risalire il letto della Venzonassa, lancio in una buca dove c’è una zona di corrente più lenta, e quasi a fune buca, giusto prima del salto d’acqua, ecco una repentina bollata, ma non sono abbastanza lesto e pungo soltanto il labbro della trota. Beh, buon segno direi: le prede ci sono, sono in attività, la mia mosca è accattivante ed adescante, e per finire, la mia posa sembra davvero efficace. Si continua… ed una buca un po’ più in alto mi regala la soddisfazione della prima guadinatura di giornata. Non si tratta di un esemplare di trota enorme, quelle dei torrenti alpini non lo sono mai, la pinnatura importante, però, le rende combattive e estremamente divertenti. La slamo rapidamente cercando di stressarla il meno possibile, la ringrazio per la lotta e, vai si continua… Mi sento in paradiso, sono al settimo cielo, ringrazio Dio e Madre Natura per aver creato un posto come questo, e per avermi dato la soddisfazione di aver preso un pesce. Ma stiamo pescando da una trentina di minuti soltanto e la mattinata è lunga (per fortuna). Roberto a ninfa non ha ancora sentito nemmeno una beccata, ma è la prima volta che prova questa tecnica in torrente, un po’ mi spiace che sia all’asciutto, soprattutto perchè mi continua ad indicare i punti migliori dove far posare la mia esca. La Venzonassa ci ha coccolato con la sua voce ed i doni delle sue acque, molte canzoni mi suonavano in testa, e tutte con “Heaven” come comune denominatore e tutte molto dolci, intime e profonde (Made in Heaven – Queen; Stairway to Heaven – Led Zeppelin; Another day in Paradise – Phil Collins…) ed anche per questo mi è venuto in mente il parallelismo con il grande Poeta. Di buca in buca, di lama in lama, di raschio in raschio… l’attività di pesca è continuata e le soddisfazioni non sono assolutamente mancate, anzi; alla fine il conto si è fermato ad una splendida cinquina, di cui un esemplare di ibrido veramente notevole, sui 27cm che per un torrente è una misura di tutto rispetto; e con il corollario di due ferrate sbagliate, non posso proprio lamentarmi. Peggio è andata al mio compare e insuperabile guida; 5 trote sentite e ferrate, ma nessuna guadinata; ma Roberto era sicuro che sarebbe stata una mattina difficile, con la canna nuova da testare ed una tecnica di pesca ancora tutta da scoprire e padroneggiare. Chiuse le canne, rientriamo al campo base, passando per la prima parte del sentiero che ci ricondurrà all’auto, facendoci presagire quello che ci sarebbe toccato successivamente, ma per il momento c’era ancora un momento idilliaco da assaporare, nel senso più profondo del termine. Roberto, infatti, molto previdente e conoscitore del luogo e di quello che ci sarebbe toccato, aveva comprato pane fresco, mortadella, pancetta e birra; io mi ero limitato a portare del te freddo 😦 Consumare quel pasto nella pace dei boschi, in mezzo alla natura, quasi incontaminata, udendo solo la voce dell’acqua e degli animali, unici abitanti di quei luoghi, è stato un momento ristoratore sia per lo stomaco, ma soprattutto per l’anima, e mi ha ricordato una battuta del secondo film di Don Camillo e Peppone (il ritorno di Don Camillo), “grazie Signore ora odo la vostra voce e tutto è bello quassù”. Solitamente non sono così spirituale, sentimentale e mistico, ma questo torrente ha un effetto magnetico e mi ha preso il core al lazo. Mai ringrazierò abbastanza chi qui mi ha condotto e guidato!

Inferno

Se la discesa è stata dura e improba, nulla è stata a confronto della risalita. Alla fatica della prima parte, si è aggiunta quella, anche se non ce ne siamo accorti durante l’azione di pesca, del procedere di roccia in roccia, di salto in salto, di buca in buca, sul greto del torrente e spesso procedendo in acqua. Il sole che accarezzava il viso più in basso, oramai alto al mezzodì, picchia come un martello da fabbro! Il sentiero che in discesa sembrava semplice, al ritorno si è trasformato in un serpente viscido ed insidioso, e le zone franate sembrano voragini insormontabili e pericolosissime, che solo la calma e la prudenza han permesso di superare, evitando di mettere un piede in fallo se non qualcosa di peggio. I muscoli delle gambe dolgono, carichi di fatica ed acido lattico. Al mattino presto, era lo stomaco che presentava i crampi, ora invece sono i quadricipiti femorali ed i polpacci. Il fiato è corto, anche a causa del frugale, ma indispensabile pasto che ci siamo concessi, che era, l’unico modo per poter continuare e soprattutto concludere in sicurezza la giornata, senza i rischi di crisi ipoglicemiche. Una sosta qua, una sosta qualche decina di metri più in là, anche con la scusa di una foto o di sguardo al panorama, ha permesso di rifiatare, di calmare la frequenza cardiaca, che era salita in maniera vertiginosa, paventando il rischio anche di svenimenti per la fatica. In questi frangenti mi son reso conto del motivo per il quale questo splendido corso d’acqua sia, così poco frequentato ed anche gli esperti e gli estimatori, lo affrontano saltuariamente! Solo il pensiero della ricompensa di giungere all’auto e dissetarmi con i viveri presenti nel bagagliaio, mi spingono a continuare, nonostante un fastidioso dolorino al ginocchio, che senza la ginocchiera ortopedica soffre terribilmente i sentieri viscidi e le rocce appuntite o coperte di muschio che obbligano talvolta a passaggi da equilibrista. La salita o passaggio all’Inferno dura circa una mezzoretta a cui va aggiunto il quarto d’ora di paura che ci ha riportati dal punto di fine della pescata al “campo base” dove avevamo lasciato gli zaini con i vestiti di ricambio ed i generi di conforto. Degli ultimi trenta minuti di risalita, i più duri si sono rivelati quelli dell’ultimo quarto d’ora. L’odore e subito dopo la vista, della carogna di un capriolo o di un daino, in decomposizione al lato del sentiero, ci han ricordato la forza della Natura ed il rischio costante della fatale fine, in caso di un piede poggiato nel punto sbagliato durante un passaggio pericoloso o per un calo dell’attenzione. Gli ultimi metri, con il traguardo in vista, sono stati anche più faticosi di tutti i precedenti assieme, con la necessità da parte mia, di fermarmi a rifiatare, mentre “Stambecco Roberto” continuava imperterrito a salire, con la leggerezza tipica di chi conosce a memoria quei luoghi ed è abituato a cercar funghi in montagna. L’auto è in vista, lo Duca mio ha già aperto il bagagliaio ed ecco che finalmente poggio l’agognato piede sull’asfalto del parcheggio a lato della strada maestra, che più avanti nega perentoria il passaggio ai veicoli a motore!

Epilogo

Una gita in questo luogo merita tutta la fatica che comporta, e se mai ce ne fosse necessità, di ribadire che le acque ed i luoghi di questa mia terra Friulana sono splendidi, questo torrente potrebbe essere uno dei suoi biglietti da visita più autorevoli senza nulla togliere o inviare ad acque più blasonate e famose. Purtroppo i requisiti per decidere di andare a pesca sulla Venzonassa sono rigidi: bisogna stare bene, essere in buona forma fisica e con un minimo di allenamento nelle camminate in montagna, un buon livello di attenzione e concentrazione, niente alcool in corpo, aver fatto una buona dormita, avere al seguito acqua o altro per reidratarsi ed un minimo di viveri per evitare i pericolosi cali degli zuccheri, un copricapo per salvaguardasi dal sole ed un cambio d’abito, soprattutto se si è sudato molto, oppure si rischia di buscarsi una polmonite, con quella leggera brezza (quasi sempre presente),  così rinfrescante, ma infida e pericolosa.

Ora che sono rientrato a casa e scrivo con calma questo post da pubblicare, ho ancora vivo il ricordo e le emozioni di questa giornata, ma anche la fatica con le gambe pesanti che fanno a fatica smaltiscono lo sforzo e la stanchezza.

Le foto

Le immagini che ho catturare con il telefonino, a volte sfocate causa dell’uso inevitabile della custodia protettiva anti-acqua, sono ben poca cosa d’innanzi alla realtà che ho incontrato, sono solo una piccolo promemoria di quest’avventura e non rendono giustizia alla maestosità della montagna che sovrasta il torrente, che lentamente e con costanza, nel corso dei millenni, si è scavato il suo letto erodendola per decine e decine di metri verso il basso, ed agli splendidi scenari che si aprono all’improvviso alla vista dello spettatore, che ne rimane affascinato e ammutolito, quando gira l’angolo dopo aver superato un masso o sbucando dal bosco per aggirare qualche ostacolo che gli impedisce la risalita.

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Grazie Maestro!

E’ la prima cosa che ho pensato questa sera quando sono riuscito a cacciar fuori la prima delle due fario da sotto il ponticello di canale usato per l’irrigazione!!!


Dalle foto, forse, non ci si rende conto di quanto sia stata ardua, almeno per il sottoscritto, far posare la mosca quasi dall’altra parte del ponte. Ovviamente bisogna usare un sotto vetta, ma stando in acqua, alle spalle si ha la riva e la relativa vegetazione, anche se bassa, senza contare la quercia con le fronde protese verso l’acqua. Stando sopra la riva, non riuscivo ad arrivare in fondo, ovvero quasi dalla parte opposta del ponte, oppure la posa era troppo rumorosa, quasi uno schiaffo sull’acqua, incompatibile con la posa di un insetto vero.
Questa volta gli insegnamenti dei vari maestri, sono venuti in aiuto e sono serviti! Eccome anche, mi vien da dire!!!
La St.Croix comprata da Lucio, forse memore del maestro che la possedeva in passato, si è comportata come uno splendido cannone.
Il Finale da 450cm, secondo la sequenza modificata da Maurizio su quanto indicato dal grande Charles Ritz, si è disteso e posato in maniera encomiabile (almeno in qualche lancio).
Il “sottovetta”, non sempre buono, ma è stato sufficiente almeno nei casi in cui ha permesso la posa delicata e precisa della mosca a monte della trota che bollava.

Beh stasera, tutti gli elementi sopra citati, almeno nelle occasioni in cui il pescatore è riuscito mantenere la costanza del gesto del lancio, han funzionato come una sinfonia permettendo le due catture: splendidi esemplari di fario selvatiche, che stazionavano, bollando placidamente sotto il ponte (la seconda cattura non è stata fotografata per problemi di illuminazione 🙂 ).

Dopo la ferrata, il pensiero è volato ai maestri che con estrema pazienza mi hanno insegnato o corretto il lancio…
Maestri quali Charles Ritz, che ha sviluppato la sequenza del finale a nodi; Lucio che oltre ad essere stato uno dei primi maestri di lancio già a fine anni ’80, ha voluto separarsi da una canna eccezionale;  Massimo Magliocco (della Flyfishing Masters) che grazie anche ai DVD e manuali pubblicati, mi ha permesso di vedere e riverdere la dinamica e la tecnica per eseguire correttamente i lanci; ma soprattutto un grazie al maestro per eccellenza: Maurizio (http://www.mauriziomolinaro.it) che di persona con estrema pazienza mi ha dato negli anni dei saggi e pazienti consigli… oltre che iniziarmi alla pesca a mosca assieme a Lucio, negli ultimi anni è stato un riferimento con cui mi son confrontato sulle varianti di questo o di quel lancio… che questa sera ho dovuto testare e provare, fino a trovare la variante più efficace.

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Primi risultati di PAM dal Kayak

Finalmente, anche dal kayak sono riuscito ad evitare il cappotto, tempo addietro sul lago dei tre comuni, mi ero salvato grazie ad un branco di Cavedani in acque basse, che non avevano resistito alla posa della mosca sulle loro bollate. Ma non era una vera e propria cattura dal kayak, avrei potuto ottenere risultati simili anche da riva, pescando in maniera tradizionale. Comuque questo è il primo pesce quadinato dal kayak

Primo Cattura a mosiLca dal Kayako

Primo Cattura a mosiLca dal Kayako


Ora, però, anche il Bass è entrato nella lista delle prede prese a mosca. Quasi a caso la prima ferrata, usando un “cat wiskels”, facendolo lavorare a circa 10 cm dalla superficie, mentre il secondo, beh è stato cercato con insistenza, tentandolo con “lethal weapon” facendolo posare tra due zone di ninfee, vicino ad un legno che spuntava, con un recupero a scatti con pause più o meno lunghe e recuperi mai uguali. non saprei dire quale sia la combattività di un Bass a mosca, perchè non ne ho mai presi a spinning, ma la sensazione era che uno piccolo sui 20 cm tira e lotta come una bella iridea, bella pinnata, e parecchio arabbiata!!!

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Mai giudicare una Roggia, prima di averci pescato…

Beh è l’errore che ho fatto oggi. Al mattino, smontato dal turno di notte sono passato per un sopralluogo, ma senza troppa convinzione. Eppure la dritta dell’amico LDB è certa, lui quella roggia la conosce, e bene anche… Mah, non mi ispira, vado a nanna e ci dormo sopra.

Alle 18 decido che magari un salto lo faccio, e pure quattro lanci… mi ristudio la zona con google maps, decido dove posteggiare l’auto, carico la canna e mi avvio per la pescata.

Il termometro segna 32°, tanto tanto caldo… ma oramai sono in ballo…

Appena posteggio l’auto, mi rendo conto che non solo pescare a mosca in quella roggetta, non sarà una passeggiata, considerando l’ampiezza del letto e la vegetazione sia dentro che fuori, ma anche solo cercare di vedere dove si posa la mosca; per colpa non solo di quel velo di nebbia causato dall’umidità, tutta la pescata sarà una bella gatta da pelare, visto che gli occhiali da vista si appannano in continuazione…

Oramai sono a pesca, tanto vale provarci, anche se ho fatto un grosso errore, ho iniziato la roggia dalla parte sbagliata!!! sono a monte, e non posso pescare a scendere, visto che comunque l’acqua è chiara, ed i cavedani mi scorgono  ancora prima  che io possa capire dove essi siano.

Gambe in spalla, cercando la mimetizzazione con il granturco, percorro tutto il corso d’acqua (qualche centinaio di metri), ed intanto cerco di vedere sagome o movimenti (escludendo quelli della oramai omnipresente nutria che si sgranocchia placidamente il fusto di una pianta di mais).

Ed ecco che comincio a capire perchè quel posto mi è stato così calorosamente consigliato… ci sono parecchi cavedani, sia in gruppo che isolati.

Finalmente mi butto in pesca, usando una sola lente alla volta, intanto che l’altra si disappanna…:(

Il posto è stretto a volte ci sono meno di 50cm di superficie libera su cui far posare la mosca, facendo attenzione al contempo ai rovi su una riva, alle piante e al granturco sull’altra…

Alla fine dell’oretta di pesca sol riuscito a guadinare 3 bei cavedani, di averne persi un paio per una curva dell’amo troppo aperto, un altro che se n’è andato con una ParaAdams come nuovo piercing sul labbro, e poi lei… una Fario sui 35cm che non ha resistito al richiamo della mia Elk Hair Caddis!

Per fortuna che era un posto poco allettante!!! Grazie per la dritta LDB!!

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