Slizza, piccolo ambasciatore dei torrenti alpini friulani

Ho sempre avuto un rapporto speciale con i torrenti alpini friulani, fin da piccolo, quando era mio padre che li affrontava con i suoi amici e tornava sempre con un bottino di catture ed aneddoti, come le scalate da brividi per scendere e salire forre od orridi, al fine di raggiungere punti inaccessibili ai più. Quando ci andava lui, ero troppo piccino per poterlo seguire, in Val Preone, dove non sono ancora mai riuscito a tornare, oppure sull’Arzino dagli zii a San Francesco o anche sul Chiarsò a Paularo terra di Avi.

Purtroppo, in questa occasione, non ho potuto godere della costruttiva compagnia di alcuni amici e maestri, che a causa di vari impegni non sono riusciti ad accompagnarmi, pescatori appassionati e molto sensibili, estremamente rispettosi nell’approcciarsi al delicato ecosistema dei torrenti alpini, come “il mestri” Maurizio con cui ho pescato nel Resia, “sensei” Davide con cui ho affrontato il Cellina, Tiziano che mi ha portato in un spot magnifico proprio sullo Slizza, Alvio con il quale abbiamo affrontato spesso il Meduna e qualche altro torrente il cui nome tengo rigorosamente segreto, Gibijo che mi ha fatto scoprire il Degano, Roberto che mi ha iniziato all’Orvenco ed alla Venzonassa.

In questo blog spesso mi è capitato e capiterà in futuro, che per preservare pesci ed ecosistema, di celare alcuni spot particolari, come proprio qui sullo Slizza, in altri addirittura il nome stesso del corso d’acqua… ad esempio alcuni torrenti frequentati con Alvio, dove un approccio sbagliato, potrebbe portare ad incrinare un delicato equilibrio tra pesci, ambiente e divertimento.

Questa avventura inizia ai primi di luglio, quando un appassionato di pesca a mosca di Ascoli, che aveva in programma un periodo di vacanza a Tarvisio, cercando informazioni su potenziali spot di pesca in zona, si è imbattuto in questo blog. Mi ha contattato per informazioni varie come sui luoghi dove andare, tecniche da usare, pesci presenti, esche da preferire, burocrazia varia necessaria… Casualmente, una giornata in cui sarei stato in turno di riposo, collimava con quelle in cui i turisti marchigiani sarebbero stati in ferie in Val Canale, ed ho pensato di fare un po’ da Chaperon e facendo gli onori di casa portarli a conoscere le acque e le bellezze della zona.

Vista la vicinanza dello Slizza con l’albergo dove alloggiavano Stefano ed Alessandro, avevo preparato 3 potenziali spot. La zona, in realtà, permetteva di scegliere tra numerosi corsi d’acqua dove poter pescare, come i laghi di Fusine o di Reibl, Slizza, Pontebbana, Dogna, Resia, Fella… ma essendo lo Slizza un delizioso torrente alpino, incastonato in alcuni panorami mozzafiato, ed in alcune zone estremamente facile da raggiungere… non ho avuto dubbi di scelta.

Il primo itinerario che avevo elaborato, coniugava un’attrazione storico-turistico-naturalistica con la pesca: l’orrido dello Slizza con il suo monumento al granatiere austiaco. Purtroppo alcune frane nella primavera scorsa, hanno causato la chiusura del sentiero, obbligandoci, per ragioni di sicurezza a desistere e scegliere altri spot.

Il video è ovviamente tratto da Youtube

Il secondo itinerario preparato è stato quello che forse i più conoscono, famoso e frequentato dalla maggior parte dei Pescatori a mosca, considerato la facilità con cui lo si può raggiungere in auto e con cui si può scendere in acqua. La zona del campo sportivo. Non avendo potuto bagnare la lenza all’Orrido, ci concentriamo a trovare il punto migliore da dove cominciare, e per farlo risaliamo. Sarebbe più corretto dire scendiamo il corso d’acqua, considerato che abbiamo deciso di pescare a risalire, ed arriviamo fino alla briglia, che ci impedisce fisicamente di proseguire oltre.

Lascio Stefano ed Alessandro, che è un novizio, decidere dove iniziare a lanciare ed io scendo lo sbarramento, facendo un po’ di alpinismo leggero con l’aiuto dei vari arbusti presenti, per tentare la fortuna in un punto che sembra molto promettente. Per l’occasione ho deciso che la Tenkara sarebbe stata la tecnica più adatta, ed avendo optato per i soli cosciali, viste le temperature, mi sono ritrovato a potermi muovere molto agilmente anche se non ero in grado di guadare i punti più profondi. Il setting usato era lo stesso che avevo usato sull’Orvenco, ovvero Nissin proSquare 360 7:3 con una Level line 4,5 lunga circa 450cm più il tip 0,14 da circa 120cm e la TFA come kebari. Un paio di lanci di prova per riprendere la mano e saggiare l’acqua… e la prima farietta sui 25 cm si fa ingannare dalla mia imitazione; la lotta è abbastanza vivace, la corrente del torrente è sostenuta e le rocce non mi agevolano, ma alla fine la preda è vinta, un attimo per ammirarla e poi tolto l’amo eccola che torna alla sua tana. La mancanza dell’ardiglione ha permesso una slamatura veloce, stressando al minimo la trota. Alcuni lanci dopo ecco un altro bell’esemplare, con dimensioni simili alla precedente, la TFA si sta rivelando veramente micidiale, diavolo di un Sensei che l’ha inventata, ed anche in questo caso le rocce mi mettono in difficolta, fino a costringermi a scendere la corrente per portare il pesce in una zona più tranquilla dove porterla poi maneggiare con tranquillità per slamarla e farla riossigenare a dovere prima di farla ritornare in libertà. Direi che la zona è stata proficua, e probabilmente avrebbe ancora qualche sorpresa da regalare, ma sono in compagnia e devo occuparmi degli ospiti.

Stefano è già in piena caccia, con una canna da 7’6 coda 4 ed una generosa mosca in Cul de Canard sta sondando le varie zone, con metodo anche se non con i risultati sperati.

Alessandro, al contrario, è alle prime armi, ha iniziato a pescare a mosca lo scorso anno, in queste condizioni ambientali fa fatica, sia per la velocità delle acque sia per gli spazi a disposizione; qui ci voleva il Mestri, che sicuramente avrebbe saputo con pochi accorgimenti correggere i movimenti errati per farlo migliorare nel lancio; infatti è palese anche ai miei occhi che la coda non ha velocità, il movimento del braccio è troppo lento, continuo e rotondo, senza accelerazioni con conseguente impossibilità a stendere il finale, e se non bastasse il piano di lavoro orizzontale è sfalsato. Purtroppo i miei consigli non possono essere efficaci come quelli di Maurizio, ma a qualcosa giovano ed una volta metabolizzati il loop migliore ed appare notevolmente più stretto di prima. Siamo risaliti fino alla cascatella del campo sportivo, senza catture, se non una mia ferrata sbagliata mentre sondavo una zona sotto la vegetazione, ma ero distratto a guardare gli altri pescare ed ho ferrato in ritardo. Visto l’orario, optiamo per il terzo itinerario della giornata, altra zona altro risultato si spera.

Il terzo itinerario invece è più a monte, ma per rispetto all’amico Tiziano che me lo ha fatto conoscere non lo rivelerò. Dal ponte che lo sovrasta si vede una buca in cui almeno una bella trota placidamente ninfeggia, e sarà il soggetto delle attenzioni di Alessandro, che a fine giornata non centrerà l’obbiettivo di “scappottare”, ma riuscirà nell’impresa di togliersi non poca ruggine nel movimento del lancio, che risulterà, a fine giornata, molto più fluido ed armonico, con delle pose più precise e morbide ed ottenendo, come premio, alcune bollate e visite dalle altre occupanti della buca. Forse la Klinkhammer che gli ho prestato non era l’imitazione adatta, magari avrebbe potuto provare qualche altra mosca, una da caccia ad esempio, vista la mancanza di schiuse, oppure una sedge o una caddis, ma l’ottima visibilità e galleggiabilità della mia parachute lo hanno fatto incaponire e perseverare ad usare quell’esca.

Prima di guadare per poi scendere, decidiamo di sondare il tratto davanti a noi, per circa una decina di metri a monte ed a valle rispetto a dove dovremmo attraversare, così da non precluderci nessuna eventuale possibile cattura. Sotto ad un masso, dove la corrente risulta più cheta, infatti una giovane fario salta per catturare la mia imitazione, ma sbaglia i tempi e la misura. Vista la vivacità ci prova anche Stefano, che dopo aver assestato la distanza e compesato il dragaggio, ottiene lo stesso risultato… la trota sbaglia la presa… Attraversiamo il torrente, alla nostra amica ci penseremo quando torniamo indietro.

Alessandro si ferma alla buca sotto il ponte, mentre io e Stefano, scendiamo fino alla briglia, dove una buca d’acqua quasi ferma di un azzurro che pare una pietra preziosa, al pari di un zaffiro e del lapislazzuli, ci incanta e ci illude. Ma tanta limpidezza, svela subito alla potenziale preda la nostra posizione, azzerando le nostre probabilità di cattura. Pasci del paesaggio, lentamente risaliamo, testando le varie lasche, cercando dietro ai sassi dove la corrente rallenta, ed a metà risalita, una farietta sui 15 centimetri, si fa tentare dalla solita tremenda TFA, è la terza cattura di giornata, mentre i miei compagni sono ancora a secco. Poco più avanti c’è una zona promettente, con una correntina più lenta che passa sotto a della vegetazione protesa verso il letto del torrente, ed è ora che Stefano porti a casa il trofeo fotografico. Mentre mi confronto con lui su come affrontare le fronde che complicano l’azione e la piccola isola di ghiaia che separa la corrente, mantengo istintivamente in trattenuta la mia lenza in acqua… qualcosa attacca la mosca, ma i riflessi sono lenti e quando ferro è tardi… ha vinto lei. Anche in questa zona non pare ci sia interesse per l’imitazione presentata dal mio ospite, e risaliamo fino all’area dove vive la trotella che sbaglia le prese. Questa volta, l’epilogo sarà diverso ed Alessandro potrà mostrare fieramente la foto che lo ritrae mentre slama una cattura a lungo agoniata.

Siamo arrivati oramai quasi alla fine della nostra avventura sullo Slizza, ho tempo ancora per qualche lancio e conoscendo una zona che in passato mi ha regalato soddisfazioni, mi sposto per provarci ancora una volta. L’area in questione presenta tre zone dove grossi massi tagliano la corrente, nella prima sono così impaziente che mi faccio vedere e la trota, lesta si rifugia nella sua tana. Secondo masso, lancio a monte, la corrente trascina la mia kebari e quasi alla fine della buca, ecco l’attacco, la ferrata è rapida, ma probabilmente la presa dell’esca è troppo esterna e la lotta dura appena pochi secondi… la trota è andata e con lei anche la possibilità di catturare in quella buca. L’ultimo punto interessante è una zona sotto il costone. Lancio più a monte possibile, facendo scendere la mosca quanto più vicino alle rocce mi è fattibile, l’acqua chiara mi permette di vedere una trota che curiosa studia l’inganno, si avvicina, poi desiste. Provo a cambiare imitazione, tento la carta della parachute a galla, e questa volta sono addirittura due le trote incuriosite che la seguono, ma il risultato non cambia… per oggi lo Slizza ha regalato abbastanza, anzi molto oltre alle mie aspettative.

Si rientra, prima che il buio complichi la risalita del crinale. Le famiglie, pazienti ed accondiscendenti, quasi come una madre amorosa con un figlio che non si stacca dai proprio giuochi, ci attendono alla base. Ci cambiamo e concludiamo la serata seduti a cena, e che cena…

Ho prenotato da Giusi a Malborghetto, un locale tipico, che ripropone un menù ispirato al rancio dei soldati della grande guerra. Erano anni che non mangiavo, nuovamente in una Gamella o Gavetta se preferite… Che nostalgia di quei tempi in cui si era di Naja e si avevano vent’anni.

 

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