Il 2013 è passato, viva il 2013

Facendo un po’ il verso ad un famoso detto “il re è morto, viva il re”, mi trovo a fare una piccola riflessione su un annata di pesca appena chiusa, ultima pescata a mosca in dicembre, e una che si apre con i primi lanci a gennaio, mai mi era capitato di tener così poco a riposo la mia attrezzatura, e di sfruttare tanto la licenza. Beh usandola dodici mesi l’anno è come se costasse solo 4,5 Euro al mese… Comunque tornando a bomba, devo ammettere che prolungamento a parte della stagione, è stato un anno molto, molto propizio, sia per il numero di catture, con una media di almeno un pesce ad uscita (non importa la misura :)), ma soprattutto dal punto di vista tecnico, con la “percezione” di alcuni miglioramenti su almeno un lancio tecnico (nello specifico il ROVESCIO), e dal punto di vista umano, con la conoscenza di alcuni nuovi compagni di avventura come LDL, Rothwulf, Pic85, Trute94, Dado, Il_mora… (uso i nick utilizzati nei forum), ma soprattutto per aver riallacciato i rapporti con il “Mestri”, grande e unico sempre.

Per il 2014, non mi faccio aspettative, sarà quello che dovrà essere, ma per ora è iniziato nel migliore dei modi e come fioretto per il nuovo anno appena iniziato, c’è da rimettere mano al sito, completandolo dove è palesemente carente (grazie filif) e aggiornandolo, per meglio mostrare le meravigliose acque friulane, sia ai fuori regione ma soprattutto ai nativi che spesso le bistrattono guardando quelle dei vicini Austriaci, Sloveni o Veneti… “L’erba del vicino è sempre più verde”, ma in questo caso “Le acque del vicino sono sempre più azzurre”.

Ora tocca rimboccarsi le maniche aggiornare il sito, continuando, però, a divertirsi pescando a mosca

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I terrestrial in autunno danno i loro frutti

Mai avrei detto che le imitazioni di Terrestrial fossero così micidiali! Probabilmente perchè li ho sempre usati, solo sporadicamente e nel momento sbagliato! Quest’anno un po’ perchè mi è arrivata la soffiata giusta, da un vecchio pescatore che tentava una grossa Iridea a Gleris, forse perchè ho letto i commenti e visto i dressing dal forum dei pescatori a mosca friuli o forse perchè ho cominciato ad imparare a guardare il fiume, la sua vegetazione, ciò che ci sta in giro, sopra e lo popola… Fatto sta che una cavalletta mi ha dato la prima grande soddisfazione con una bella Fario a Gleris, per poi confermarsi sulla Muzzanella sui cavedani che vivono in una buca sotto il ponte (molto sotto il ponte), poi è stato il momento dell’ape che avrebbe fatto una strage se non avessi rilasciato gli esemplari catturati, ma alcune foto hanno immortalato le catture a memoria futura.

Nota a parte è proprio per la Muzzanella, poca acqua, zona di lancio molto difficile, visto che le prede, appena vieni scorto si rifugiano sotto il ponte, costringendo il pescatore che intende insidiarle di effettuare dei lanci molto tecnici, o nel mio caso che non ho ancora tale sufficiente tecnica, la vecchia arte dell’arrangiarsi acquattandomi al bordo del ponte lanciando di traverso con la canna il più possibile parallela alla superficie dell’acqua. Sta diventando uno dei miei tratti preferiti, sia perchè è in zona A quindi posso pescare tutto l’anno, sia perchè è una zona estremamente tecnica, dall’avvicinamento all’acqua al lancio. Poi essendo una pozza piuttosto piccola, è un attimo a far scaturire i pesci, quindi i falsi lanci devono essere il minimo possibile, le pose sbagliate, se possibile vanno evitate, le ferrate immediate ed il recupero del pesce il più morbido possibile, per non disturbare od infastidire le altre potenziali prede. A vederlo sembra di pesca in uno scolo fognario, ma la misura dei cavedani e dei persici che sono presenti sono notevoli ed abbondanti 😉 come dicevano in un vecchio spot “Provare per credere”

 

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Cattura e Rilascia

ovvero il concetto di Catch & Release non solo nella Pesca a mosca, ma a 360 gradi.

Lo spunto per scrivere queste righe, nonchè per esprimere la mia visione della pesca a mosca (e la pesca in generale) è stato l’articolo apparso sul Blog del mio primo Maestro di Lancio (http://maurizio-molinaro.blogspot.it/2012/02/no-kill-e-catch-release.html) e che più avanti riporterò in versione integrale, perchè mi rispecchio in quanto da lui scritto e volendo dargli possibilmente maggior visibilità in rete.

Se l’articolo di Maurzio Molinaro è stato lo spunto, la scintilla sono state le righe scritte da Roberto Pragliola nel suo primo libro “Il pescatore con la mosca” edito addirittura nel 1982 e che grazie all’annuncio pubblicato da Andrea da Lecco su un sito specializzato, sono riuscito a recuperare.

La cosa straordinaria è che già in quegli anni (oltre trenta or sono) in cui, ricordo perfettamente non senza un po’ di nostalgia, che le acque erano particolarmente ricche di fauna, il fondatore della Tecnica di Lancio Totale, ne profetizzava il progressivo impoverimento, vedendo nel Catch & Release l’unica via di uscita dallo spopolamento selvaggio, che in questi anni purtroppo è una trieste realtà. La cosa strabiliante nel rileggerlo ora, è rendersi conto di quanto attuali siano ancora tali affermazioni.

Nel 1982 avevo 10 anni e muovevo i primi passi nel mondo della pesca, soprattutto a spinning, la nobile arte ho cominciato a conoscerla solo sei o sette anni più tardi, nel frattempo il Pragliola aveva già scritto il suo secondo libro (che sto tuttora cercando), ed avendo iniziato a lanciare con la tecnica classica, ora capisco perchè molti dicano (es. http://www.giulianirods.it/home/canne-in-bambu—roberto-pragliola-1) che all’epoca non era stato capito [Quando uscì “Trote e mosche in acque veloci” questo libro non fù capito dalla quasi totalità dei pescatori a mosca di allora. Anche io fui tra questi ed infatti non comprai quel libro. Il motivo? Molto semplice: quel libro non poteva essere capito perchè era venti anni avanti. Quell’opera l’ho apprezzata solo adesso e mi pento di non averla.],

NEMO PROPHETA IN PATRIA, fortunatamente il giusto riconoscimento è arrivato ed a buona ragione, ma questa è un altra storia…

Nel 1982 già veniva evidenziato come la mosca secca sia una cattura “a fil di bocca” e quindi il pesce venga ferito solo superficialmente e quasi mai con sanguinamento, permettendo una mortalità quasi assente, degli esemplari liberati, se vengono seguiti anche i giusti accorgimenti per la fase di cattura e di slamatura:

  • bagnarsi le mani prima di toccare il pesce (rischio di danneggiare le mucose delle squame),
  • tenere il pesce in acqua il più possibile,
  • usare un guadino,
  • slamarlo il prima possibile,
  • ossigenarlo a dovere prima di rilasciarlo, magari dopo una epica lotta di parecchi minuti, con profusione di sforzi notevoli per entrambi i contendenti (così da rendere al proprio ambiente naturale un pesce in forze e non facile preda di altri suoi simili o animali..).

Ma il Cattura e Libera non si limita alla pesca a mosca, può venir esteso a tutte le tecniche di pesca, con i giusti distinguo, si può giungere ad elevare tutta la pesca a sport etico, limitando il prelievo ai soli esemplari troppo “danneggiati” o a qualche “trofeo” immesso appossitamente dall’ETP come gli ex riproduttori.

L’amo senza ardiglione è condizione fondamentale, ma nella pesca con esche naturali, sarebbe anche da far cambiare la cultura “dell’estrarre a tutti i costi” l’amo dallo stomaco (visti i costi irrisori degli stessi), oppure utilizzare ami di nuova concezione, come gli ami circolari (che sembra da studi appositi) riducano le lacerazioni di organi vitali…

Studi specifici hanno dimostrato che un esemplare con un amo nello stomaco può sopravvivere e tornare in forma piuttosto rapidamente. Con gli artificiali solitamente non si presenta questo problema, ma l’amo singolo al posto dell’ancoretta e una tronchesa in tasca per tagliare l’amo sarebbero sufficienti in quelle situazioni limite dove la voracità dell’esemplare, ne comprometterebbero la sopravvivenza.

Ma il C&R è solo parte di un discorso più ampio. All’estero, NK e C&R sono sinonimi, spesso infatti le riviste specializzate pare li usino senza distinguo particolari, ma da noi sembra che abbiano significati specifici. Il concetto, infatti, tocca le corde della legislazione regionale in materia, imponendo il C&R nei tratti a regime NoKill. Secondo quanto previsto dall’ETP l’accesso ai tratti NK è riservato solo ai moschisti (quelli che pescano con la mosca), come recita l’articolo specifico [Art. 11 – TRATTI “NO KILL” – (tabelle arancio con banda trasversale blu)Nei corsi d’acqua di seguito elencati è consentita la pesca solo con la mosca artificiale, con un solo amo singolo (amo ad una sola punta) senza ardiglione o con ardiglione schiacciato. I pesci, appena catturati, devono essere immediatamente rilasciati,fatta eccezione per ogni esemplare di naso comune (o “savetta dell’Isonzo”) (Chondrostoma nasus nasus) e il siluro (Silurus glanis), che invece vanno soppressi e trattenuti. La suddetta modalità di pesca può essere esercitata in tutte le acque interne non soggette ad un diverso divieto di pesca. Le acque sotto elencate sono riservate specificatamente a tale modalità: DEROGHE:Nei tratti no kill la pesca è inoltre consentita dalla chiusura generale della pesca ai salmonidi (ore 24,00 dell’ultima domenica di settembre) al 31 ottobre.] questo, però, a mio avviso è fonte di due incongruenze: la prima è di rivolgersi a chi normalmente già pratica il C&R, vivendo la tecnica di pesca come una filosofia, la seconda crea potenziali contrasti con i pescatori che usano altre tecniche, come lo spinning, che possono comunque adottare il C&R nel loro modo di vivere la pesca, e se parliamo di Etica della pesca questo non lo posso considerare molto etico, perchè limitando l’accesso ad alcune acqua, anche molto belle, in modo selettivo a determinate categorie di pescasportivi, è discriminatorio. Discorso diverso è la possibilità o l’impossibilità di usare, effettivamente in suddette acque,  tecniche alternative alla pesca a mosca, per la conformazione dei fondali e della vegetazione in acqua, stesso problema che si presenta viceversa in molte zone dove non si può frustare per ovvi problemi di livelli del fiume o spazi ed arbusti.

Una nota a margine del discorso NK, come giustamente scrive Molinaro sul suo Blog: i NK sono tratti riservati alla pesca con la mosca, e non con la frusta, quindi bisognerebbe capire se lo spinfly [http://xoomer.virgilio.it/cjbur/b_SpinFly.htm / http://www.skipsoriginals.com/Spinfly_Line.html](tecnica nuova che unisce l’uso della mosca artificiale alle tradizionali canne da spinning) possa rientrare in questo regime, secondo me dovrebbe, ma all’ETP l’ultima parola.

Prima di riportare il POST sopra citato, allego alcuni link che ho trovato interessanti ed  istruttivi sull’argomento si tratta di pagine web, discussioni in forum, documenti in pdf. Purtroppo in rete non ho trovato tesi di laurea o studi Ad Hoc in italiano sulla sopravvivenza/mortalità del pesce rilasciato con amo in corpo, se in futuro ne trovassi traccia non esiterò ad aggiornare questa pagina, in compenso allego quelli in inglese (per chi mastica la lingua della terra d’Albione); potrei pensare anche di tradurne un paio, giusto come esercizio linguistico e per colmare la lacuna che esiste in materia in Italia, ma non sono un Interprete/Traduttore e ci si dovrà accontentare in caso di quello che passa il convento, e di sicuro non più di uno o due trattati, i traduttori online potrebbero essere vostri amici per aiutarvi almeno a capire il senso dei vari discorsi trattati, ma se ce ne fosse uno o due che vorreste nell’italico idioma fatemelo sapere e vedrò cosa posso fare.

Ed ora come anticipato l’articolo di Maurizio nella sua integralità:

No-Kill e Catch & Release in Friuli Venezia Giulia
Cosa si intende con queste espressioni?
Certamente raggruppano un insieme di regole comportamentali, che possono essere rese obbligatorie da vari Enti che tutelano la pesca oppure fatte proprie indipendentemente dall’obbligatorietà, ma sono le stesse o no? In che cosa si differenziano? Si riferiscono alle stesse tecniche di pesca?
E’ evidente che entrambe portino allo stesso risultato, cioè quello di ridare la libertà al nostro amico pinnuto.
Nel calendario di pesca emesso ogni anno dall’Ente Tutela Pesca del FVG, che è parte integrante dei libretti ricognitivi, si fa riferimento nell’Articolo 11 alla pesca No-Kill e sono indicate le acque (tratti piccolissimi) e definite le regole o se vogliamo le limitazioni e i modi comportamentali. Non sono acque riservate ai pescatori a mosca con la coda di topo, come qualcuno ancora pensa, ma acque riservate alla pesca con la mosca.
Nello stesso calendario di pesca non si fa mai riferimento specifico alla pesca Catch & Release. Molti affermano che il C&R è sinonimo di NK e viceversa, ma, secondo me, qualche differenza c’è.
L’ETP ci indica le misure minime dei pesci che possiamo trattenere, ma se ci troviamo in questa situazione e obbligati a liberare il pesce, sempre con le dovute cautele, non abbiamo applicato il Catch & Release? Che tecnica stavamo utilizzando? Quella che ritenevamo più produttiva in quella circostanza!
L’ETP, mettendo l’obbligo per regimi particolari (RP5) di rilascio di carpe, tinche e lucci, ha imposto il Catch & Release, perchè non è una zona indicata nell’art 11. Anche in questo caso possiamo usare varie tecniche e varie esche, oltre alla pesca a mosca.
Se catturiamo una specie non trattenibile in quel momento perchè è in periodo di riproduzione e la rilasciamo, non abbiamo applicato il Catch & Release? Ci sarebbero ancora altri esempi di C&R imposto/obbligato, ma, avendo in testa questo tipo di approccio alla pesca ci sono tantissime circostanze che ci permetterebbero di liberare il nostro amico pinnuto, indipendentemente dall’obbligatorietà, al limite una bella foto può testimoniare molto di più una bella cattura. Deve essere un piacere non una costrizione, anch’io trattengo qualche pesce per gustarlo.
Se abbiamo liberato una specie autoctona e ne abbiamo trattenuta una meno pregiata (v. trota iridea di semina pronto pesca) allora ci siamo attenuti per un Catch & Release volto alla protezione e salvaguardia delle specie autoctone.
Con opportune attenzioni ed accorgimenti penso che il Catch & Release può essere applicato indipendentemente dalla tecnica di pesca e dall’esca utilizzata. Sopratutto non deve essere imposto, ma deve far parte della nostra sensibità di pescatori, non solo rivolta ai pesci, ma anche a tutto quello che è il loro mondo che alla fine è anche il nostro, pescatori e non.       …pensaci…

…fly fishing and catch & release for a selective protection of the native species…

Pubblicato da a 15:10

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Lo Stella a Sterpo, ovvero il Macina-mosche

Sarà per la conformazione delle sponde, sarà per la profondità delle acque, sarà per il tipo di vegetazione in acque o fuori… fatto sta che non c’è uscita che io non paghi dazio allo Stella con una o due mosche, e quando non succede, la sanzione è doppia la volta dopo. D’altronde se vuoi pescare a mosca a Sterpo, in uno dei corsi d’acqua più infrascati che conosco, non puoi sperare di uscirne indenne, sarebbe utopia.

Lanciare nel pulito son buoni tutti, trote e cavedani stanno dove non vengono disturbati, e la vegetazione è sicuramente d’aiuto in questo.

Ma se pescare a mosca sullo Stella a Sterpo è così “dispendioso”, perchè continuo ad intestardirmi a frequentarlo? Beh sicuramente perchè è un ambiente naturale splendido, poi vedere il pesce che ti bolla o nuota tranquillo a pochi metri stimola a tentarlo, ed anche perchè è una splendida palestra per imparare a gestire la coda, il lancio e la posa.

E che soddisfazione quando riesci ad insidiare una trota o un cavedano e la ferrata lo vincola alla tua canna! Salparlo, con tutte quelle erbe in mezzo al letto, è a dir poco impossibile con i livelli sopra il metro e mezzo, ma vuoi mettere la soddisfazione di aver allamato un pesce in un posto infrascato come quello?

Bello, Bello, Bello!

Alla fine poi la palestra ha pagato quando ho affrontato la prima volta le risorgive dei Bars, livelli alti, erbe molto presenti, anche alberi caduti, ma l’esperienza fatta mi ha permesso comunque di riportare a casa la mosca e di non impigliarmi nè nei sotto riva, nè tanto meno nei tronchi o nelle erbe, e con un po’ di attenzione e concentrazione anche i Tailing si sono ridotti ad una presenza molto sporadica.

Grazie Fiume Stella,

Grazie Anaxium (come lo chiamavano i Latini)

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Sul Resia con il Maestro

Fin da quando ho ricominciato ad agitare la canna in aria, con una certa serietà, convinzione e continuità, ovvero nel 2011 avevo qualche piccolo sogno che mi sarebbe piaciuto realizzare.

Tra i tanti desideri, due si sono appena realizzati, ovvero andare a pescare sul Torrente Resia, che non avevo mai visto, ma che tanti  mi avevano raccontato e decantato per bellezza e pescosità e l’altro, invece, era di riuscire a fare una uscita a mosca con il mio primo maestro di lancio, ovvero Maurizio Molinaro, istruttore di lancio e presidente della SAP amici pescatori “le Vrie” di Pers di Majano.

L’occasione si è presentata un sabato, in cui le due emozioni si sono concretizzate simultaneamente

Il Resia è veramente una spettacolo, una perla incastonata tra le montagne di un Friuli sempre più affascinante. Molto diverso dai corsi d’acqua su cui sono abituato a pescare, quelli della pianura, che comunque sono molto belli, ma il torrente montano con le sue acque veloci, i massi qua e là affioranti che cambiano le dinamiche delle correnti, creano un ambiente naturale, molto stimolante, da dover “leggere” ed interpretare, capire dove il pesce sosti, quale sia la buca più promettente, il sottoriva coperto da vedetazione più invitante, e quale siano gli invertebrati presenti sopra e sotto il pelo dell’acqua, per capire quale imitazione ha le potenzilità più “catturanti”.

Già queste premesse, comportano una uscita “di studio”, se poi si ha la fortuna come è capitato a me di poter godere dei suggerimenti del “maestro”, beh allora la cattura del pesce è l’ultimo dei pensieri, e l’uscita si trasforma in un momento didattico e di crescita.

Vedere i lanci di Maurizio era poesia, con naturalezza e senza sforzo passava da un angolato ad un rovesciato, da un tagliato ad un sottovetta…

Lo elogi e ti dice con una semplicità disarmante, “sto ancora imparando”. Beh se lui sta imparando io che dovrei dire? “sto imparando a reggere la canna?” forse visto che nemmeno la mia impugnatura è sempre la stessa…

Poi è stato il momento dei consigli, delle correzioni (almeno come le ho capite):

  • Il gomito deve rimanere il più possibile adeso al corpo per non aprire il piano di lancio
  • La chiusura del lancio in avanti deve chiudersi sullo stesso piano su cui si è sviluppato, senza che la vetta della canna entri all’interno della spalla
  • Il momento spinta deve venir eseguito dall’avambraccio, si deve sentire lavorare i bicipiti.
  • Il polso deve limitare la sua escursione posteriore.
  • Con la coda dell’occhio bisogna tenere controllato che la canna rimanga sempre nel campo visivo, con uno STOP tra le 12 e le 13
  • Mantenere verificato che il mulinello non ruoti internamente o esternamente, trasmettendo alla coda false dinamiche
  • Non imporre troppa “violenza” alla canna, almeno al mia povera Shimano, non è reagisce proprio benissimo se la maltratto

Sul momento nessuno o quasi delle rettifiche dava frutti, mi conosco e non ho fretta di memorizzarne il movimento, con la calma se rimango concentrato ci riuscirò.

Poi un occhio al problema di un Loop troppo aperto, e Maurizio ipotizza che un cambio della conicità del terminale possa aiutare, non in questa uscita, ma nelle prossime con una correzione anche di qualche imprecisione nei movimenti.

E così ecco la nuova progressione che ho denominato “Terminale TLT le vrie”:

  • Terminale 15′- 450 preciso: 200×0.60 – 20×0.50 – 20×0.40 – 20×0.35 – 20×0.30 – 35×0.25 – tip 135×0.18/0.16/0.14/0.12 a scelta
  • Terminale 15′- 450 progressivo: 170×0.60 – 72×0.50 – 34×0.45 – 20×0.35 – 15×0.30 – 15×0.25 – tip 114×0.18/0.16/0.14/0.12 a scelta
  • Terminale 10′- 300 risorgive : 155×0.50 – 15×0.45 – 15×0.35 – 15×0.30 – 15×0.25 – 15×0.20 – tip 70×0.16/0.14/0.12 a scelta
  • (in caso di necessità di pose maggiormente raggruppate o delicate, è possibile allungare il tip rispettivamente a 185 194 120 o ancora di più in funzione dell’ abilità)
Ma il gran finale sul Resia doveva ancora venire…
Oramai prossimi al tramonto, su una buca conosciuta dal Maestro, si è visto bollare un temolo, forse erano pure due.
Evvai si mira sul sicuro. Mira, parolone, cerco di avvicinarmi…
Una mezz’ora di lanci in prossimità delle bollate con altrettanti rifiuti, cambi mosca frequenti per capire quale fosse l’insetto obbiettivo, ma nessuna delle imitazione del Carnet hanno dato risultato.
Se per quanto mi riguardava era ovvio, mi ha stupito che neppure il maestro riuscisse a scovare la mosca giusta ed alla fine ci siamo arresi al temolo che ci ha rifiutato.
Come consolazione ci siamo goduti Pollo e Birra a Resiutta e quattro chiacchiere sui vecchi tempi; quale modo migliore di chiudere una giornata?
Non avremo preso nulla, di sicuro ho imparato tantissimo, sono stato in mezzo alla natura, ho ritrovato un Maestro, ho conosciuto un torrente speciale, ed ho tentato il mio primo temolo… non potrei chiedere altro, forse questa è l’essenza e la semplicità della pesca con la mosca.
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Cavedani…landia

Dopo l’ennesimo Cavedano, questa volta nello Stella a Sterpo, tutt’altro che scontato sia nello scovarlo in caccia, che nel salparlo, vista la leggendaria tenacia di questa specie, mi è venuta l’ispirazione di creare questo piccoloPost per rendergli omaggio . Le trote ultimamente non si lasciano ferrare facilmente e spesso si slamano dopo pochi istanti, forse anche a causa dell’assenza degli ardiglioni, ma a me va bene così e quindi celebro il guerriero delle acque dolci, che in madrelingua viene chiamato “squâl” che vorrebbe dire “squalo” per il tipico carattere battagliero, d’altronde anche in latino ha la stessa assonanza Squalius squalus quindi onore ai vinti.

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CAPITOLO 1 – LE ORIGINI DELLA PESCA A MOSCA

Il primo capitolo della storia della pesca a mosca, è stato tradotto. Il testo originale e la traduzione completa sono disponibili qui

Il primo riferimento alla pesca con la mosca lo si ritrova nel De Natura Animalium (Περὶ Ζῴων Ἰδιότητος), probabilmente scritto nel 200 D.C. Claudio Eliano (in greco: Κλαύδιος Αἰλιανός) nasce intorno al 165/170 D.C. a Preneste (oggi Palestrina in provincia di Roma), dove diventò gran sacerdote nel tempio della Fortuna, non vi morì intorno al 230 D.C. nello stesso periodo diventò discepolo del sofista Pausania di Cesarea,che gli insegno Retorica, e da buon studente Eliano apprese eccellentemente il  greco attico. Successivamente studiò storia sotto il patrocinio dell’imperatrice Giulia Domna, a muovendosi nella sua corte gli consentì di incontrare non solo Galeno, ma anche Oppiano.
Nonostante il suo interesse nell’esotico, Eliano non era un viaggiatore e passò la maggior parte della sua vita a Roma, che gli permise un facile accesso alle librerie di cui aveva bisogno. Una voltà si vantò che non era mai stato fuori dall’Italia e mai salito su una barca, e che non conosceva nulla del mare, un affermazione  che ho trovato piuttosto semplice da credere dopo aver letto il suo lavoro. Eliano ha fissato le sue conoscenze in Greco per meglio utilizzarle mentre scriveva, e disegnò da una vasta gamma di lavori di riferimento: la sua principale fonte è stata identificata essere Pànfilo di Alessandria, ma accedette anche alle risorse di altri scrittori inclusi Democrito, Erodoto, Plutarco e Aristofane.
Nel diciasettesimo volume di “Sulla Natura degli Animali” Eliano unisce osservazioni personali con fatti, leggende ed illustrazioni fantastiche di autori precedenti, facendo balzare l’idea come un uomo assetato sopra una caraffa di birra, con il risultato che c’è poco ordine nel lavoro. Il suo libro intenzionalmente manca di struttura e contiene frequenti errori, molti dei quali Eliano avrebbe potuto eliminare con uno sforzo molto piccolo, non ultimo la sua credenza che le pecore possono respirare attraverso le loro orecchie. D’altronde, il libro è puro intrattenimento  ed è per questo che l’autore non vide alcuna ragione per non discutere d’un fiato di Elefanti  e  di Draghi subito dopo. Per questo gliene dovremmo essere grati, perchè durante la sua corsa frenata attraverso tutto “la Natura” Eliano ha dato una svolta scrivendo queste righe immortali:
Ho sentito di un metodo Macedone di catturare il pesce, e consiste in questo: tra Boroea (Veria o Veroia ndt) e Tessalonica (Salonicco ndt) scorre un fiume chiamato Astraeus (probabilmente l’Arapitsas ndt), dove si trovano dei pesci con una livrea puntinata; come i nativi di quel paese lo chiamino è meglio chiederlo ai Macedoni. Questi pesci si alimentano su una mosca tipica di quel paese, che volteggia sopra il fiume. Non  è come le mosche che si trovano altrove, e non sembra nemmeno una vespa nell’aspetto o nella forma, qualcuno la descriverebbe come un’ape o un moscerino, ma presenta qualcosa di entrambi. Fastidiosa come una mosca, grande come un moscerino, colorata come una vespa e ronza come un ape. I nativi generalmente la chiamano Hippouros (coda di cavallo in greco, forse una Stratiomys ndt).
Queste mosche cercano il cibo a pelo d’acqua, ma non sfuggono allo sguardo dei pesci che nuovano sotto di loro. Quando un pesce osserva una mosca sulla superficie, risale lentamente, avendo cura di non smuovere l’acqua al suo disopra, per paura di scacciare la preda, quindi emerge dalle tenebre, apre lentamente la bocca ed ingoia la mosca, come un lupo porta via una pecora da un ovile o un aquila un oca dall’aia; fatto questo torna sotto l’increspatura dell’acqua. Ora, nonostante, i pescatori lo sappiano, non la utilizzano assolutamente come esca per pescare; perchè se una mano umana la tocca, esse perdono il loro colore naturale, le loro ali appassiscono, e diventano cibo poco attrattivo per il pesce. Per questa ragione di esse non se ne fecero nulla, le odiavano per questa brutta caratteristica; ma pianificarono un metodo per pescare, traendone il meglio grazie all’abilità manuali dei pescatori.
Fissano lana rossa (rosso cremisi) attorno ad un amo, e fissa alla lana due piume che crescono sotto il bargiglio del gallo, e che assomiglia al colore della cera. Le loro canne sono lunghe sei piedi, e le lenze della stessa lunghezza. Lanciano la loro trappola, il pesce, attratto ed eccitato dal colore, sale diritto su di essa, pensando che quella vista corrisponda ad un delicato boccone; apre le fauci, ed invece si gusta un amaro pasto, rimanendo catturato all’amo.
Il trafiletto qui sopra riportato è tratto dal libro Fishing from the Earliest Times scritto da William Radcliffe, nel 1921 ed edito dalla J. Murray di Londra, e con varie modifiche è quello più spesso riportato, spesso senza citare la fonte. Nel suo libro, Radcliffe ci dice che ha adattato la sua traduzione da Angling Literature in England di Osmund Lambert edito nel 1881 sempre a Londra ma dalla S. Low, Marston, Searle, & Rivington. Precedente a questo, è disponibile una traduzione latina in Historia Animalium stampata nel 1558, ad opera di Konrad Gesner, che rimase non letta per i successivi tre secoli fino a quando Oliver la riscoprì nel 1834. Se siete interessati ad una delle prime traduzioni Inglesi, potete trovarla nella Bibliotheca Piscatoria di Westwood e Satchell edita nel 1883, ed infine esiste una traduzione moderna eccellente di “On Animals” di Eliano edito dalla Loeb Classical Library nel 1958 con la traduzione a cura di A. F. Scholfield. continua a leggere…

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Finalmente le mani puzzan di pesce…

Sono quasi le 18:30 quando arrivo sul Torsa. Il sole non sembra ancora intenzionato a tramontare, considerate le effemeridi, al “Coup de Soir” mancano almeno 2 ore. Le pioggie sono state abbondanti fino a pochi giorni addietro, ma fortunatamente la trasparenza non ne ha risentito. Con calma mi preparo con rituale della vestizione, visto che LDB è ancora al lavoro, non voglio cominciare troppo in anticipo rispetto al suo arrivo. Canna in mano e finale “stirato”, mi avvio a trovare il punto ottimale da cui iniziare, nel frattempo son passati una ventina di minuti. A valle scorgo un pescatore “tradizionale” con verme e galeggiante, dall’aria piuttosto cupa, non sembra abbia avuto molta fortuna. Cercando di rispettare una adeguata distanza per non disturbarlo, scendo la riva, piena di rovi ed erbacce e raggiungo il letto, alto circa un metro, ma con una corrente non invincibile. La mosca scelta è quasi obbligatoria, visto l’assenza di bollate: ROYAL WULFF. Primo lancio, ed ecco che sono già impacciato, il terminale non si stende a dovere. ‘Ferma tutto, manca concentrazione.’ Mimo il movimento del lancio senza canna. Mano destra come a reggere una pistola, allineo spalla-gomito-polso, porto all’indietro l’avanbraccio e all’altezza della spalla “mimo” il rinculo del colpo che parte e mi alza il gomito in alto. Ora si scende sempre più velocemente fino a quando braccio e avambraccio sono distesi davanti ed all’ultimo il polso ruota in avanti portando il pollice a far le veci dell’indice. ‘OK il movimento è giusto’. Si reinizia la pesca. Primo falso lancio, Secondo falso lancio e … Shooting! Bene questo andava bene. Un lancio Ondulato, per sollevare la mosca e farla asciugare, e mentre son nel momento spinta dietro, scorgo una bollata. Due falsi lanci per calibrare la distanza e poi la posa piuttosto precisa, stranamente. Passa 1 secondo, passano 2 secondi e Ferrata d’istinto nel momento in cui la mosca sparisce sotto il pelo dell’acqua. La lotta è piuttosto vivace… un bel cavedano non ha resistito e dopo qualche minuto è nel guadino. Foto di rito e via di nuovo in libertà. Oggi sono in “modalità Catch & Grill” sopra i 40 cm, quindi tutto quello sotto quella misura non mi interessa trattenere, i cavedani poi… Asciugo la mosca e mi ripreparo al nuovo lancio, già raggiante di felicità per quanto già catturato dopo molte uscite a vuoto. Ecco bolla di nuovo, la mia mosca si posa nuovamente in zona e nuovamente abbocca. Questa volta sarà una iridea sui 35 a cadere nella rete. Nel frattempo il pescatore con il galeggiante, stava imprecando come un forsennato. Non solo era a secco, ma io appena arrivato al quarto lancio avevo già salpato due prede, e poi le avevo pure liberate… Finalmente anche LDB si è aggregato alla serata, che è proseguita con bollate e ferrate degne della migliore delle sagra di paese: in allegri e con semplicità disarmante. Se non fosse che per passare da un punto ad un altro, son finito in una buca con acqua nei waders e più tardi a raffreddarmi per bene, la serata sarebbe proseguita fino al buio inotrato. Ma cosa si può chiedere ad una battuta di pesca oltre ad aver catturato 3 cavedani tra i 25 e i 35 cm e 2 fario sopra i 35cm, aver perso dopo aver ferrato una trota oltre i 40 ed un cavedano oltre i 25 (entrambi scappati con l’aiuto delle erbe del fondale), aver sbagliato almeno 5 ferrate? e LDB non è stato tanto da meno con almeno 2 cavedani sopra i 30 cm, un paio di ferrate poi slamate e qualche ferrata sbagliata e pensare che era partito con un problema alla coda che non ne voleva sapere di stendersi…

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Varmo: il fiume che non riesco a domare

La mia odissea con questo corso d’acqua non ha ancora termine. Almeno non finirà fino a quando non riuscirò a salpare almeno qualche trota. E’ un corso d’acqua splendido, ma difficile, per tanti motivi, soprattutto perchè la mia tecnica non è sufficientemente raffinata o efficace per superare i vari ostacoli, sempre nuovi e sempre diversi che questo fiume presenta. A tratti si presenta molto rapido, con una forza dirompente, in cui la mosca viene praticamente risucchiata dalla schiuma, in altre zone è molto più lento, quasi sornione, ma con un fondale decisamente profondo carico d’erbe e dalle rive frondate che mettono a dura prova la pazienza e la fortuna del pescatore, soprattutto nella fase in cui la coda si stende alle spalle.

Oggi alla fine c’ero quasi riuscito a domarlo in uno dei punti, più facili, dove è più tranquillo, la mia tenacia a continuare a tentar di insidiare una trota che bollava con regolarità, alla fine ha portato ad una ferrata, ma non era ancora il tempo di gioire, ed il Varmo ha reclamato la sua ennesima vittoria sul sottoscritto, portando la preda a rifugiarsi sotto un banco d’alghe e facendola slamare. Questa volta c’ero andato vicino, grazie all’aiuto del “coup de soir” sempre magico e particolare, all’intuizione di cambiare artificiale passando da una Sedge, più volte rifiutata, ad una Royal Wulff, malconcia, ma efficace, urtroppo non fino alla fine, visto che proprio grazie anche all’apertura della curvatura dell’amo, dovuta a molte battaglie con i rami degli alberi, ha permesso alla prima probabile cattura di guadagnare la libertà anzitempo. La prossima volta ci si riprova…

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Quelle quattro cosine… l’esperienza continua

Nuovo Capitolo delle cose imparate sulle proprie spalle, che fanno parte del bagaglio del Pescatore a Mosca esperto, ma che portano il novizio, come il sottoscritto, a perdere prede e non capacitarsi del motivo.

LE MOSCHE VANNO VERIFICATE E SE L’AMO E’ TROPPO APERTO, VANNO GETTATE

Spesso, per colpa di lanci errati, i miei artificiali finiscono su rami o erbe, a suon di tirare, gli ami si aprono, se poi si aggiunge che gli ardiglioni mancano o son schiacciati, ne risulta che è più facile che la preda si slami piuttosto che finisca nel guadino.

Conviene, quindi, verificare con regolarità, la curvatura dell’amo e se questa non è come nuova, è il caso di mettere da parte la mosca, magari per usarla in un laghetto di pesca sportivo, in caso contrario non ci si deve lamentare se le trote continuano a rimanere nel fiume piuttosto che nel nostro guadino.

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